I MULINI DI DON CHISCIOTTE, I FILI DI UNA DONNA
Piccola crestomazìa di sogni letterari
“[…] nella destra la spada sguainata, con cui assestava colpi in tutte le direzioni, pronunziando parole come se veramente stesse azzuffandosi con un qualche gigante. E il bello è che non aveva gli occhi aperti, perché stava dormendo e sognava di trovarsi a battaglia col gigante, perché era stata così intensa l'immaginazione di quell'avventura che doveva andare a compiere, da fargli sognare che era arrivato al regno di Micomicone e che si stava battendo col suo nemico; pertanto, e credendo di darli al gigante, aveva dato tanti colpi di spada agli otri che tutta la stanza era piena di vino. E il locandiere, quando lo vide, si prese tanto veleno che si buttò su don Chisciotte e a pugni chiusi cominciò a sferrargli tanti cazzotti che se Cardenio e il curato non glielo avessero tolto di mano, l'avrebbe finita lui la battaglia col gigante; e con tutto questo, il povero cavaliere non si era ancora svegliato […]”. [ Don Chisciotte , cap. XXXV]

Don Chisciotte e Sancho Panza visti da Picasso
Le peripezie sognate, sognanti e trasognate, del cavaliere barocco segnano forse il confine più avanzato nella terra dei sogni durante il Seicento. Il secolo di Galileo. Della scienza che non chiede più quale sia il fine del creato, ma come l'universo, direttamente osservato, funzioni. Il secolo di Cartesio, che dispone quell'universo tra ordinate e ascisse. Il Seicento della scienza – in cui i moderni entrano in polemica con gli antichi, dove “nani” salgono su spalle di “giganti” del passato per vedere ancora più in là – svela che le macchie della luna sono rilievi e depressioni. Lontana, la luna somiglia da vicino (avvicinata con un paio di lenti ben tagliate) alla terra. Gli astronomi esplorano lo spazio, il globo diventa un punto. E i letterati sentono scricchiolare il terreno sotto i piedi. Li puntano. Rivendicano uno spazio ai loro sogni, comunque sia. Ma nella seconda metà del secolo, dentro l'universo onirico nuovamente abitato da Satana (nel Medioevo, avverte lo storico Le Goff, il sogno era “men-songe”, menzogna), albeggia la ratio , la ragione del sogno stesso: “[…] mi venne vicino, e offerse alla mia bocca/una parte del frutto che aveva staccato, il suo profumo/era così gradevole e intenso che subito accese la voglia,/e pensai di doverlo assaggiare. Allora insieme a lui/volai fino alle nuvole, vidi sotto di me la terra immensa/che si stendeva tutta in ampia e varia prospettiva. Presa/da grande meraviglia per il volo, e da quel mutamento sospinta/a una simile alta esaltazione, mi accorsi all'improvviso/che la mia guida era scomparsa, e mi parve/di sprofondare, e caddi in sonno ; ma oh! come sono felice/d'essermi risvegliata e di sapere che fu solo un sogno! ". Lui è il Diavolo, lei Eva. Con lui s'è perduta nella notte, si ritrova accanto un partner freudianamente disposto a parlare di resti diurni, di tracce mnestiche, curvate al calor bianco del desiderio contro la censura. Adamo cadrà con lei. Prima di perdere il Paradiso, però, la rassicura: “[…] io ritrovo nel tuo sogno/qualche rassomiglianza, credo, coi discorsi/che facevamo insieme ieri sera, e però con l'aggiunta/di qualcosa di strano; ma non ti rattristare./Nella mente di dio o dell'uomo il male può andare e venire/Senza che sia approvato, e pertanto non lascia/Dietro di sé ne macchia né rimprovero; e questo/mi fa sperare ciò che aborrivi nel sogno, dormendo,/non cederesti mai a compierlo da sveglia.” (Milton, Paradiso perduto ). Assiologia cristiana, Freud è di là da venire, ma una certa aria di famiglia c'è già.
Nel XVIII secolo i Lumi s'accendono, la notte si rischiara, i sogni perdono ulteriore terreno. Se ne vedono pochi in giro, tra le pagine. Tornano nel XIX, copiosi, facendo tutt'uno con l'anima romantica (“L'anima romantica e il sogno” è un famoso saggio di Béguin ): “Gli era venuta un'altra sete, quella delle donne, del lusso, di tutto ciò che la vita a Parigi porta con sé. Si sentiva un po' stordito come uno che scende da una nave; e nell'allucinazione del primo sonno vedeva passare e ripassare di continuo le spalle della Pescivendola, le reni della Scaricatrice, i polpacci della Polacca, i capelli della Selvaggia. Poi gli apparvero due grandi occhi neri, che non avevano a che fare col ballo; e leggeri come farfalle, ardenti come torce, andavano e venivano, vibrando, salendo quasi al soffitto per ridiscendere fino alla sua bocca. Federico si accaniva a volerli riconoscere, quegli occhi, ma non ci riusciva. Ma ormai il sogno si era impadronito di lui; gli sembrava di essere attaccato al timone di un fiacre, in pariglia con Arnoux, e che la Marescialla gli stesse sopra a cavalcioni e lo sventrasse coi suoi speroni d'oro.” Il sognatore è Frédéric Moreau, il romanzo L'educazione sentimentale, l'autore Flaubert.
Lungo il XX secolo, tutto nel segno di Freud (non senza ambivalenze), il sogno torna alla grande. Mette in crisi gli equilibri della coscienza, la dimezza. Talora se la mangia. Un ragazzino della provincia senese cresce nevrotico, ipersensibile, all'ombra d'un padre padrone sanguigno, che non lo capisce. L'autore è Tozzi, il romanzo (del ‘19) “Con gli occhi chiusi ”, il ragazzino si chiama Pietro: “[Domenico] guardò le nuvole, e gli venne voglia di frustarle, per rimandarle giù. Intanto un sogno cupo aveva invaso Pietro: il cavallo era trascinato, all'inverso, con il calesse, dentro una spalancatura interminabile della sua anima. Ad un tratto, con un moto improvviso e involontario, dopo aver sentito il sapore della propria bocca, sospirò; e mosse la testa innanzi, quasi fosse per cadere. Domenico gridò: - Che hai?”
Dopo Freud, il sogno (ossia la sua interpretazione, difficile, mai finita – il sogno ha un ombelico nero, da cui i suoi significati si dipartono, a cui tornano, in cerchio, inesauribili) è la via maestra per conoscersi. Quando entra nei romanzi, è una strada che i lettori imboccano per riconoscersi. Il riconoscimento può essere talvolta così intenso da generare angoscia, in chi legge ma anche in chi scrive. Nel romanzo La malattia chiamata uomo Ferdinando Camon narra l'analisi di un uomo (la sua), quella d'una donna invece, la racconta ne La donna dei fili. Dopo, un momento difficile per lo scrittore veneto, perchè una donna della sua città, letto il libro, gli manda un quaderno d'osservazioni con questa premessa: “È la mia storia, mi sento rivelata, e non mi resta che uccidermi". L'autore risponde come può, pubblicando il quaderno in appendice alle edizioni tascabili del libro, analizzando una per una le sue frasi. “Una donna – disse Camon raccontando l'episodio in un convegno di psicanalisti – non la conosci quando ci vivi insieme, o ci fai l'amore, o sei il suo confessore. La conosci quando la conosci là dove neanche lei si conosce. Nelle sue fantasie, le manie, i disturbi, i sogni ”.