STUDIO AZZURRO
Onirico tecnologico


di Maria Pia Spataro

 

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Tavoli, perchè queste mani mi toccano (1995)

Ssshhh... fate piano. Attenti, c’è gente che dorme. Fate attenzione, potreste svegliare qualcuno.
Però è così buio, è impossibile passare di qui e non toccare nessuno.
Ohps! Ecco, si è mosso, l’ho svegliato!...

No, non sto delirando, questo è semplicemente ciò che potrebbe accadervi se, visitando una mostra, entraste in una sala dove è esposta un’opera di Studio Azzurro. Per la precisione questo accadrebbe nel trovarvi davanti a “Coro” un’installazione interattiva del 1995.
Immaginate di entrare nella sala e trovare al centro un feltro non del tutto srotolato come un grande tappeto, sul quale vengono proiettate delle immagini, come se fossero i suoi stessi disegni. Sono corpi di uomini e donne, che dormono, forse sognano, indisturbati, ma ecco che il vostro piede calpesta una figura, essa reagisce, si muove, esclama qualcosa. Ora ci sono altri piedi che calpestano le immagini sul tappeto, e tutte reagiscono, si muovono, agitano le voci. Dal movimento di questi corpi prende vita un coro.


Coro (1995)

In questo caso non solo vi trovereste semplicemente di fronte ad un’installazione, perchè sareste entrati dentro un “ambiente sensibile”, uno spazio che non è solo qualcosa da osservare, ma un’opera che vi chiede di interagire con lei.
Studio Azzurro è un collettivo di artisti che fin dagli anni ’80 si occupa di ricerca artistica e dei linguaggi delle nuove tecnologie. Il gruppo è formato da quattro figure, ciascuna esperta nel suo ambito, dalla fotografia alla grafica ai sistemi interattivi. Per la precisione, i membri del gruppo sono Fabio Cirifino, Paolo Rosa, Leonardo Sangiorgi e Stefano Roveda.
Quello di Studio Azzurro è un percorso interdisciplinare che, attraverso l’uso creativo della tecnologia, coinvolge le arti visive, il teatro, il cinema, l’architettura, il design.
Il gruppo ha intrapreso questo lungo viaggio nell’arte elettronica animato da uno spirito che ricorda, come hanno ripetuto più critici, quello di una bottega rinascimentale, dove il rigore e la precisione nell’uso della tecnica si sposa con l’intuito e la creatività.
Il loro scopo è stato sempre quello di utilizzare la tecnologia in modo emozionale, creando un corpo a corpo tra pubblico e opera, e ciò ha cominciato ad essere ancor più marcato soprattutto dalle creazioni delle installazioni interattive, volte alla ricerca di un rapporto relazionale tra artista, opera e spettatore che tenta di abbattere i confini non solo fisici ma anche mentali.
Carattere comune alle opere di Studio azzurro è un senso di surrealtà, una condizione onirica in cui opposti paradossali coesistono serenamente. Lo spettatore è invitato a lasciare fuori le cose della sua quotidianità per immergersi in un ambiente che tra suoni e immagini lo vuole condurre alla scoperta di nuove sensazioni. Tutto è portato quasi ad uno stato fluido, ad uno stato d’indefinito e instabile.
Con loro prende vita un nuovo modo di fare videoarte che tende verso una fusione tra tempo e spazio, tra animato e inanimato, tra elementi di astrazione ed elementi di realismo.


Coro (1995)


Il loro è, però, allo stesso modo anche un linguaggio molto aperto la cui componente ludica e partecipativa rende quella parte poetica e sofisticata accessibile ad un pubblico molto ampio. Le loro sono opere che, rispetto ad altri lavori che usano il mezzo del video, non richiedono necessariamente complesse interpretazioni, basta entrarci dentro, lasciarsi condurre, viverle anche se purtroppo l’odierna filosofia dell’arte contemporanea tende verso un elitarismo che vuole rivolgersi a un pubblico di specialisti. Come afferma lo stesso Rosa, il loro scopo dichiarato è lo spettacolo della ricerca e non la ricerca dello spettacolo. Il loro obiettivo è quello di sondare fino in fondo le possibilità creative dei mezzi di cui dispongono per riscoprire la rinascita di una nuova e piena sensorialità che è anche in continua evoluzione e che dialoga col suo fruitore.
L’interscambiabilità coinvolge, così, infiniti dualismi che passano dalla veglia al sonno, dal reale all’immaginario, dal ricordo al sogno.
Ciò che mettiamo in scena attraverso questi mezzi non sono simulazioni, immagini che rimandano a cose, bensì cose-immagine dove al valore di rappresentazione si aggiunge e si evidenzia l’immagine in sé, la sua grammatica, la sua sostanza fisica fatta di trasformazione di forma, dilatazione di spazio, manipolazione del tempo. Immagini che vengono depositate sul palcoscenico così come affollano lo scenario della nostra quotidianità e si depositano nei nostri immaginari caratterizzando questa epoca.”
(Studio Azzurro su Tracce, sguardi e altri pensieri)

 

 

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