OTTO MARZO

di Viviana Vindigni

 

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Il racconto di una festa della donna

8 marzo, festa della donna. Mi aggiro circospetta cercando di non farmi trovare dall’ennesimo augurio festaiolo. Ma improbabile sarà eludere la massa di persone pronte a scatenarsi in un affettuoso e godereccio abbraccio, rimandando ad immagini di cene femminili, di gadget e promozioni, che privano del senso originario, riverberanti un’ulteriore forma di esclusione codificata dal rituale consumistico dato dalla festa.

Dribblando ora con sorrisi, ora con silenzi, ora con tiepidi accenni ad una mia non partecipazione al giubilo, ora con assertivi contradditori, ritorno a casa. Anche questo giorno è concluso! Lasciandomi alle riflessioni che l’istinto e la cercata consapevolezza del mio femminile mi rimanda. Come se il festeggiare chiudesse, in un finto gioire, ciò che la donna non è stata e non è ancora, rinforzando il bisogno che c’è bisogno di una festa per commemorare….ma cosa? Ricordo il tempo in cui quest’evento è nato e il significato che gruppi di donne si giocavano rispetto ad una visibilità che doveva essere accreditata con tutti i modi possibili, espressione di percorsi individuali, di gruppo e politico in cui la presenza delle donne diventava ora impegno e condivisione, ora frattura e riflessione sui temi dell’identità e della differenza, su quale vita possibile dopo il buio di secoli. Come in tutte le grandi rivoluzioni il frastuono, le grida e le imprese annunciavano cambiamenti ormai improrogabili e irrinunciabili, in cui l’avanzata e l’impegno di alcune riecheggiavano nelle motivazione di altre, verso il riconoscimento, la trasformazione. Non più recluse, incluse o precluse all’essere, ci si avviava verso l’apertura al mondo, declinato solo al maschile, millenario rifacimento di un patriarcale che aveva perso i legami profondi, ctoni, con il femminile. È in quello spirito di lotta verso l’apertura al mondo a cui i significati dell’8 marzo debbono essere ricondotti, a quella scintilla di autentica presenza, non più inficiata dai ruoli, dal buio dei luoghi di storica indifferenza, dal tempo ormai dimentico in cui dimenticate ci rifugiavamo, dalle sofferenze di appartenenze non scelte, da specchi materni in cui duplicare e duplicarsi, icone sbiadite di possibilità. Gli anni passati, hanno lasciato indelebili ferite accanto a solari sorrisi, la certezza che comunque un inizio c’è stato e che gli errori e le esasperazioni sono stati funzionali a ricalibrare contenuti, ad allargare gli orizzonti di senso. Non voglio parlare qui delle varie fasi attraversate, ma della continua forza di rigeneramento e di riflessione sistematicamente avute.



Non più solo streghe da cui il maschio doveva difendersi, ma donne come espressione dei diversi contesti: sociale, politico, del mondo economico, culturale e ideologico. Maggiore partecipazione verso il mondo del lavoro e della comunicazione, è significato non tanto ridefinire compiti, ma gravarsene di altri, perdendo il contatto con la parte autentica di noi, per recuperare opzioni prevalentemente maschili… Nel mondo dei consumi creato per generare tecnologico benessere, siamo diventate soldati oppressi, pronte ad affrontare qualsiasi fronte… tanto ce l’avremmo fatta. Passando attraverso spericolate e ingenue immagini di donne stigmatizzate, ci ritroviamo adesso a combattere il monopolio dell’effimero, dell’esibito, del rifatto, del non-senso perdendoci tra desideri siliconati e autentiche esistenze. Le battaglie politiche per il divorzio, l’aborto, le pari opportunità, il riconoscimento sociale della maternità come scelta da sostenere, l’incremento degli asili nido, delle scuole materne, tutto questo ed altro ancora sembra tremare di fronte alla insipienza del nuovo potere politico, non a caso di destra e non a caso reazionario e falso riformista. Pur sotto altra forma si ritorna al controllo della procreazione, alla distruzione della scuola pubblica, all’esigua presenza della rappresentanza femminile nella politica e nei partiti, purtroppo anche da sinistra. Questo riflusso fa paura, così come le “…culle vuote” a cui, paternamente, il Presidente della Repubblica si rifà per evidenziare l’assenza delle donne nei luoghi del loro naturale essere abbandonato per un piatto di lenticchie. Ritrovare punti di riferimento, non fuori, ma dentro di sé… scrollarsi visioni troppo ideologiche per ritornare al senso del femminile luminoso e numinoso che ha accompagnato l’umanità, preservandola dallo sfacelo delle guerre e delle catastrofi.

La nuova “visibilità” è data non solo dall’essere riconosciute ma dalle azioni che contraddistinguono il nostro modo d’essere, non in opposizione ma insieme al maschile recuperando(ci) per la realizzazione di un mondo utopicamente migliore e concretamente autentico, riappropriandoci ancora delle nostre intuizioni, dell’amabilità, del materno, della forza, del coraggio, della lungimiranza che ci appartiene.
Festeggiando i passaggi e le trasformazioni, nelle economicamente in-utili azioni e rappresentazioni… ridisegnando il mondo.

 

 

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