LAVORARE STANCA

di Viviana Vindigni

 

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Deve l’uomo andare alla ricerca della dignità dell'agire?

Pensando al tema del lavoro mi è venuta in mente il titolo di una raccolta di poesie di Cesare Pavese: Lavorare stanca, in cui il senso sottostante è l’idea che il lavoro come azione tesa alla produzione, alla soddisfazione di vedere realizzate le aspettative, nel momento in cui non rende possibile la progettualità, diventa un inutile sforzo, un fallimento costante ed esistenziale.


Quanti di noi hanno sentito il proprio lavoro non come realizzazione ma come una perdita di tempo (personale), connesso solamente alla possibilità di soddisfare i bisogni del quotidiano? Questa mancata integrazione tra la nostra possibilità di fare e quello che desideriamo fare, ci getta spesso in un senso di frustrazione che esplode in una costante stanchezza.
Insomma, lavorare stanca nel momento in cui non ci rappresenta ma riproduce soltanto le idee (i progetti, i soldi, le soddisfazioni) di un altro, che diventa così padrone della nostra fatica, della nostra vita. Produciamo rimanendo anonimi soggetti, oggetti a nostra volta di una catena di consumo/i.
L’unica soddisfazione recuperabile sarebbe almeno in un adeguato compenso, che forse esiste per alcune privilegiate categorie, ma per la maggioranza di coloro che sono dipendenti o ancor peggio con contratti di lavoro a termine, il rapporto lavoro/remunerazione è assolutamente impari e frustrante.
Al tempo stesso, mi sono sempre chiesta come vorrei avere la possibilità di lavorare.
Personalmente mi piace pensare al lavoro come artigianalità del fare, in cui abilità, competenze, strumenti, apprendimenti siano valorizzati, e il prodotto espressione di una comune realizzazione in cui ci si riconosce.
Lavorare come in una grande bottega artigiana, recuperando quella dimensione non solo umana ma anche creativa del fare. Affaticarsi ed essere al tempo stesso soddisfatti del tempo e del lavoro svolto. Una stanchezza non angosciante, opprimente, ma sana e recuperabile. So di alcune aziende che stanno cercando di recuperare proprio questa struttura, riformulando tempi e spazi ma soprattutto relazioni. Il che significa, anche in termini produttivi, avere un prodotto qualitativamente migliore ed una partecipazione umana assolutamente più presente e meno conflittuale.
Questo senso di partecipazione soggettiva per una realizzazione, mi fa venire in mente il gioco-lavoro dell’infanzia. Apprendimento/i, fare e saper fare sono strettamente correlati al piacere di……e attivano motivazioni ed interessi.
Ecco, forse è proprio questo il punto: abbiamo perso il “piacere” del lavoro, coniugandolo solamente con il dovere, lavoriamo per sopra-vivere e non per vivere.
Riprendersi il senso di questa relazione lavoro-vita, non è solo una (mia) fantasia utopica, ma è oggi al centro di un più ampio dibattito sociologico, antropologico e politico sulle nuove organizzazioni del lavoro nel nostro tempo, vista la crisi attuale del lavoro. Crisi del lavoro che costituisce il nucleo e il nodo da sciogliere all’interno delle società tecnologicamente avanzate in cui da un lato aumentano la crescita e la ricchezza e dall’altra la disoccupazione.
Alcuni studiosi ritengono che per uscire da questa crisi è necessario uscire da impostazioni strettamente economiche e politiche, orientandosi verso il superamento della scissione tra senso ultimo dell’esistenza e vita quotidiana.
Inadeguate risultano pertanto le proposte di trasformazione della condizione del lavoro che non abbiano la consapevolezza del fatto che ogni revisione dello statuto del lavoro non riguarda semplicemente l'ambito dell'economia o della politica, ma investe in modo determinante la visione dell'umano. (Gismondi)…e impone una riflessione sul senso, sul fine, sul significato umano e sociale del lavoro.
Si vuole cioè comprendere e ripensare una nozione del lavoro che superi il semplice fare strumentale per ricollocarlo nell’agire che riconosce la persona e la dignità del lavoro.

 

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