IL MESTIERE DI BAMBINO

di Marinella Tumino

 

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Lo scandalo del lavoro minorile

Il primo essere umano (ominide) fece la sua comparsa sulla terra oltre 3 milioni di anni fa e, lentamente, attraverso un lungo processo evolutivo, progredì, sviluppò capacità e abilità, fino a quando, circa 250.000 anni fa, comparve l’homo sapiens, da cui discendiamo. Ciò che distinse l’uomo dagli altri animali fu l’uso di strumenti, che gli consentirono di trasformare a suo vantaggio l’ambiente. In altre parole, l’uomo ha scoperto il lavoro e, via via, ha imparato a modificare la natura per trarne dei vantaggi.



Il lavoro dovrebbe riguardare coloro i quali hanno, in genere, raggiunto il 15° anno di età, tuttavia, nel mondo, un bambino su quattro, di età compresa fra i 5 e i 14 anni (circa 1 miliardo), lavora sottoposto a gravi forme di sfruttamento.
Secondo le stime dell’OML (Organizzazione Mondiale del Lavoro) molti bambini operano nella catena del subappalto e producono beni destinati anche al nostro consumo, così come ha messo in evidenza qualche anno fa la campagna internazionale sui palloni da calcio di partita.
Alla radice di tale tragedia c’è la povertà delle famiglie, delle comunità e l’analfabetismo.
Sicuramente lo sfruttamento minorile può essere considerato uno dei “termometri” della condizione sociale di un paese; inoltre, esso trova il suo ambiente favorevole nell’economia informale, nel lavoro nero che, in molti paesi, costituisce una realtà rilevante (nella stessa Italia, potenza economica mondiale).
La metà circa dei bambini tra i 5 ed i 14 anni è attiva economicamente nell’agricoltura e, soprattutto, in Brasile, Kenya e Messico, in cui tale fascia di età costituisce all’incirca il 30% della forza lavorativa totale di tale settore.
Lo sfruttamento è associato alla produzione di cacao, caffè, cotone, gomma sisal e tè. Quello nelle piantagioni è, dunque, un fenomeno molto diffuso e complesso. Spesso i bambini vengono venduti come bestiame per circa 50 $ l’uno e lavorano come schiavi, senza salari, né protezione sociale.



Se questa è la situazione nei paesi in via di sviluppo, non del tutto diversa lo è in quelli ad economia in via di transizione e industrializzata dove il coinvolgimento dei bambini nell’agricoltura è notevolmente aumentato.
Milioni sono pure i bimbi che lavorano come domestici nelle famiglie medio-ricche del mondo; le mansioni più comuni sono lavare, stirare, cucinare, pulire, accudire i figli dei padroni.
Questi bambini, lontani dalle loro famiglie, vivono privati di ogni supporto emotivo, di un’alimentazione adeguata e dell’istruzione. Spesso dormono nei bagni o nei sottoscala e mangiano gli avanzi dei padroni.
Fra le varie attività, non mancano neanche i bambini che lavorano sulla strada e che sono la faccia più evidente dello sfruttamento del lavoro infantile. La loro attività consiste nel vendere cibo o beni di piccolo consumo, lavare i vetri, fare i facchini e altro; pertanto, sono esposti costantemente anche all’inquinamento, ai fumi di scarico, alle molestie e violenze di strada. Molti di loro, facile preda di organizzazioni criminali, si aggirano per le strade chiedendo elemosina e, se non guadagnano quanto richiesto dai loro aguzzini, vengono picchiati e, spesso, anche pestati a morte.
Fra Pakistan, India e Nepal, un milione di bambini tesse tappeti; essi sono preferiti in questa attività soprattutto per le loro piccole dita, molto adatte a tale lavoro.



L’India ed il Pakistan, inoltre, sono i principali produttori di articoli sportivi e qui i bimbi vengono sfruttati per la produzione di palloni. La gran parte di essi è costretta a lavorare per aiutare le famiglie a sopravvivere, perdendo, così, le opportunità educative essenziali, creando un circolo vizioso di povertà ed analfabetismo.
Nel 1998, la FIFA ha adottato un codice di condotta per eliminare lo sfruttamento minorile. Nonostante ciò, si continua a violare tali condizioni, anche se esistono, come in india, sistemi di monitoraggio delle imprese che fabbricano tutti i prodotti a marchio fifa, ma manca trasparenza e, spesso, il sistema di monitoraggio non è del tutto credibile.
E, dulcis in fundo, ciò che, a mio avviso, fa ancor più rabbrividire è lo sfruttamento dei minori per scopi sessuali.
Ogni anno circa 1 milione di bambini entra nel mondo del commercio sessuale nel quale sono in gioco cifre elevatissime.
L’età dei ragazzini coinvolti si aggira tra i 13 e i 18 anni, tuttavia è stato provato qualcosa che mi sconvolge tremendamente: anche i bambini piccoli e i neonati sono oggetto di questo fenomeno.
Sicuramente, tutto ciò è dovuto da un lato alla mancanza di educazione e di opportunità economiche delle famiglie che, attratte dalla prospettiva di alti guadagni, affidano i figli al mondo della prostituzione; dall’altro alla grande richiesta, da parte dei “clienti del turismo sessuale”, che alimenta tale mercato. Le vittime sono generalmente di ambo i sessi ma nello Sri Lanka e in Pakistan tale sfruttamento riguarda in particolare i maschi.



Ovviamente ci sarebbero molti altri punti da elencare e analizzare, tuttavia al momento mi limito solo a questi per dire che intervenire sul lavoro infantile significa porre le basi per la difesa dei diritti sociali per i bambini e adulti di oggi e di domani.
Diverse organizzazioni mondiali, sindacati, stati hanno provato a trovare una via d’uscita.
L’Unicef, per esempio, è impegnata costantemente in “campagne” di solidarietà, di sensibilizzazione, prevenzione e recupero, facendo conoscere il rispetto dei diritti dei bambini, gli adulti di domani.
L’Unicef finanzia numerosi progetti di scolarizzazione per ex bambini-lavoratori, bambini-soldato; si fa pure carico del risanamento delle scuole, della distribuzione di materiali didattici.
Anche la Global March Against Child Labour ha lanciato un forte grido contro lo sfruttamento del lavoro infantile. Tale organizzazione, nata nel 1998, come una vera e propria marcia, ha percorso 80.000 km, attraversando 90 paesi circa, contribuendo all’adozione da parte dell’OIL della convenzione n° 182 sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile, attualmente ratificata in 132 paesi.
Gli obiettivi da raggiungere sono vari tra cui: richiamare l’attenzione sul problema, organizzando campagne varie, promuovere l’accesso all’istruzione gratuita e di qualità delle comunità internazionali al fine di ottenere più risorse per garantire questo diritto a tutte le bambine e i bambini del mondo.
È impossibile, credo, pensare che il lavoro minorile possa scomparire dall’oggi al domani; tuttavia, a partire dagli anni novanta il fenomeno è stato compreso e affrontato con strumenti e strategie varie. Inoltre, grazie alla ratifica della convenzione n°182 dell’oil, si stima che dal 1996 ad oggi il numero dei bimbi lavoratori nel mondo sia diminuito di 40 milioni di unità.
Questi sono i primi segni di successo dell’impegno messo in campo in questi anni, ma la strada da percorrere è ancora lunga e forse solo con la volontà degli stati e la solidarietà dei cittadini si potrà far sì che tale successo sia duraturo e cresca ulteriormente nel tempo.

L’unica cosa necessaria per la tranquillità del mondo è che ogni bimbo possa crescere felice. (Dan George)

 

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