ARCHITETTURE VARIABILI
di Sara Sigona
Intervista a Carlo Truppi
Perché far dialogare Architettura e Psicologia e Cinema?
Il dialogo crea delle connessioni tra varie discipline.
E’ impensabile fare architettura senza un’impiantistica, senza un’attenzione per le strutture, per l’estetica, per le facciate, per la forma, tant’è che in passato c’è stato un fertile dialogo tra architettura e pittura.
Il cinema si nutre della stessa logica: mette in rete musica, lettura, sceneggiatura, scenografia calate nell’ architettura visiva della storia.
La psicologia riguarda una richiesta di attenzione per i luoghi e facevo riferimento ad uno psicologo, junghiano per giunta, James Hillman, che ha molto scritto sull’anima. L’idea era quella di restituire un’anima all’architettura, lontano dalla pura logica e dalla pura razionalità. Un’idea che apre notevoli implicazioni relative alla fruizione dei luoghi, così come avveniva quando l’architettura non risponedeva soltanto ad esigenzefunzionali o economiche.
In architettura, cosa “fa anima” in un luogo?
Non solo in, ma anche con. Se parliamo di sensibilità, si ha bisogno di un’educazione. Nel mio ultimo libro – neI LUOGHI DELL’ANIMA con WIM WENDERS – l’utimo capitolo ha per titolo l’Educazione sentimentale. Non c’è una ricetta come in cucina per ottenere certi effetti, qui occorre avere una sensibilità sul ‘come’ fare.
In architettura bisogna disporsi a far entrare in campo gli elementi che riguardano il rapporto ‘con’ i luoghi, la sensibilità ‘per’ i luoghi e non solo la schematizzazione razionale, le preoccupazioni di natura distributiva, o l’attenzione alle condizioni climatiche interne. Ci sono aspetti – e sono fondamentali, anche se attualmente alquanto emarginati - che riguardano la nostra sensibilità. Per questo, quindi, abbiamo bisogno di un’educazione visiva, percettiva, di una sensibilità che ci indirizzi verso un rapporto con i luoghi di natura diversa, meno mentale.
Cosa lega Abitare e Viaggiare?
Sono due facce della stessa medaglia. È un problema già posto in termini simbolici e mitici nel libro con Hillman - L’anima dei luoghi -, dove, a proposito dell’ abitare, si parlava di Hestia, la dea della casa, che è sempre in, all’interno, ed è in relazione con Hermes che è sempre fuori, all’esterno, nell’ambiente circostante. L’essenza dell’abitare sta in questa connessione, o meglio inscindibilità, tra l’interno e l’esterno, in un rimando continuo in cui l’in non esclude l’out, l’interno l’esterno, e viceversa. Questo continuo rimando tesse la relazione tra abitare e viaggiare.

Carlo truppi e Wim Wenders a Siracusa
Louis Khan, citato da Lei nel dialogo con Wenders, dice che “La città è quel luogo dove un bambino passando vede cosa vuol fare da grande”. Quale compito spetta all’Architettura, perché questo possa dirsi realtà?
Le rispondo ricorrendo ad un’esperienza personale, spero condivisibile.
Ho avuta la fortuna, tra i 10 e i 12 anni, di arrivare in Piazza del Campidoglio a Roma, di notte. Per me è stata un’esperienza straordinaria: mi sembrava di essere in un salotto enorme, che aveva come pareti le facciate degli edifici perimetrali e per copertura il cielo, per aggiunta cosparso di stelle. È stato proprio lì che ho deciso di studiare architettura e di fare l’architetto da grande.
Non c’è una ricetta per definire questo compito, dobbiamo adoperarci per portare la nostra attenzione non solo sugli aspetti vacuamente razionalistici, ma sulla sensibilità per la natura dei luoghi, su ciò che li rende particolari e indimenticabili e li affida alla nostra anima. Bisognerebbe costruire non preoccupandosi soltanto di aspetti di natura speculativa, strutturale, quantistica, ma facendo entrare in ballo altri parametri di natura visiva, curati da registi e da artisti, e da architetti particolarmente bravi naturalmente.
Come si attua la Politica della Bellezza?
Non posso dire molto perché anticiperei i contenuti del mio prossimo libro – sulla tutela e la valorizzazione delle coste in Sardegna. A proposito della politica, però, penso che anche qui si dovrebbe tornare a quella sensibilità di cui parlavo prima: contro la visione distorta che abbiamo oggi della politica. Un ritorno all’amore per la polis, all’adesione e alla condivisione di obiettivi, alla lotta che talvolta è necessaria per la loro attuazione, alla programmazione di ciò che è necessario fare per raggiungere questi obiettivi, non circoscrivendoli al momento della campagna elettorale, ma facendoli divenire parte integrante della quotidianità responsabile.