PRIVIERO, YOUNG E VAN DER SFROOS
Da oggi Sotterranei Rock non conterrà soltanto articoli monografici, su singoli artisti, ma anche semplici proposte di ascolto, ossia recensioni di cd, con note biografiche essenziali per quanto riguarda gli autori.
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Massimo Priviero, Rock & Poems Universal 2007 |
Si inizia con Massimo Priviero, che non è esattamente un novellino (classe 1960). Priviero è uno di quei musicisti che non frequenta i palchi televisivi e quindi al di là degli addetti ai lavori non gode di grande fama. Verrebbe da dire: Ma per avere successo, non basta fare buona musica?. No, non basta, bisogna sapersi muovere, scendere a compromessi e Massimo non è tipo del genere, non lo è mai stato.
È un rocker, nel senso più pieno del termine, anche se italiano, di Jesolo, provincia di Venezia; nel suo DNA Dylan, Springsteen, Petty, e forse l’unico appunto che gli si può muovere è proprio quello di ricalcare troppo da vicino lo stile d’oltreoceano. Con questo suo ultimo album, Rock & Poems, abbandona in parte la veste di autore e dà sfogo alla sua capacità d’interprete, che è davvero eccezionale.
Avete mai pensato a brani che hanno fatto la storia del rock americano – da Blowing in the Wind a The sound of Silence, da Have You Ever Seen the Rain a Desperado – cantati all’italiana, con quella melodrammaticità che contraddistingue la nostra musica? Beh, Massimo Priviero fa proprio questo, dà a questi grandi successi una luce nuova, che solo dalla terra del sole e dei mandolini può provenire, …anziché cantati con la chewingum in bocca immaginateveli cantati con la mano sul cuore.
Tutti i pezzi appartengono ad un periodo molto caro all’autore, come a tutti noi, gli anni sessanta, che per la musica – ma non solo per la musica – hanno rappresentato un momento di creatività eccezionale, di sogni ad occhi aperti. Ascoltato il cd, è proprio il respiro di quegli anni che ti resta in mente e la considerazione che esso non è privilegio di un’epoca, è parte del nostro animo e può essere in qualsiasi momento rispolverato.
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Neil Young, Chrome Dreams II Reprise 2007 |
Adesso parliamo di Chrome Dreams II. Neil Young da quando ha pubblicato Praire Wind (2005) è tornato a produrre grande musica. Tra la fine degli anni novanta e l’inizio del nuovo millennio ha avuto un momento di appannamento, dal quale è uscito rifugiandosi con la sua famiglia nella pace del suo ranch. Vivo nel mio ranch in California e sono un padre di famiglia, ma questo non è un freno alla mia arte. Mia moglie e i miei figli mi incoraggiano ad andare avanti. Sono in controtendenza: oggi i matrimoni si celebrano e si bruciano nel giro di pochi mesi; gli artisti vendono 20 milioni di dischi in un anno e poi scompaiono. Ma sono le cose durature a far girare il mondo... (www.ondarock.it).
Frutto del ritrovato equilibrio è Praire Wind, un disco molto poetico, dedicato al vento delle praterie, ma anche Living With War, del 2006 (vedi Operaincerta n.19): di segno completamente opposto, disco di denuncia, atto di accusa contro il Presidente degli Stati Uniti, colpevole di aver coinvolto il suo paese, in una guerra inutile e sanguinosa, con assoluta mancanza di scrupoli.
Rispetto a Living With War, Chrome Dreams II presenta toni più pacati, l’album è frutto di un vecchio progetto, risalente al 1975, cui poi l’artista canadese, come spesso gli succede, non ha dato seguito. Ai vecchi pezzi, che bisogna dirlo sono quelli di più assoluto valore, se ne aggiungono di nuovi, che però non sfigurano di certo e confermano il momento positivo. Se dovessi paragonare l’album ad una delle opere precedenti penserei a Sleep With Angels (1994), sebbene non manchino gli episodi squisitamente rock. Il bisonte dell’Ontario è tornato…
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Davide Van Der Sfroos, Pica! Tarantanius/Venus 2008 |
Davide Van Der Sfroos, al secolo Davide Bernasconi, è uno dei cantautori italiani emergenti, anche se anche per lui vale il discorso fatto a proposito di Priviero: bravo ma poco conosciuto (se volete povero ma bello). Su di lui ho già fatto un articolo sul n. 11 di questo giornale. Van Der Sfroos è originario di Mezzega, sul lago di Como, e proprio il lago è tra i suoi motivi ispiratori, il lago con le sue ombre, le sue profondità, i suoi fantasmi. Trovandomi a Como non ho potuto fare a meno di constatare come ogni sua canzone trasudi queste acque, a volte quiete, a volte minacciose. Personaggi, come El Baron, El Ziu Gaetan, Nona Lucia (da Akuadulza, 2005), ti sembra di vederli scorazzare per questi luoghi: …magari solo nella fantasia dei residenti, ma comunque vivi, presenti.
Como è una città ricca e quindi industrializzata, ma se vai nei bar demodé, negli angoli più nascosti del lungo lago, ecco che i volti della gente prendono le sembianze dei protagonisti di Van Der Sfroos: su tutte, quelle del pescatore che accetta senza protestare ciò che il lago gli passa, la bonaccia come le intemperie, la pesca grossa come quella di magra. Questo senso del fatalismo oggi si è perso, schiacciati come siamo dalla necessità di doverci spiegare tutto, di essere all’altezza di tutto, al punto che se qualcosa ci sfugge preferiamo semplicemente escluderla. È simile, in fondo, a quello della nostra civiltà contadina, che più che chiedersi il perché delle cose si ingegnava a trovare soluzioni, a porre rimedio: …così se sulle rive del lago spopolava il mito del drago, da noi c’era quello del lupo mannaro; se lì, il mito del capitano di mare, tra giustiziere e pirata, da noi quello del brigante.
Mi sono un po’ allontanato dal nocciolo della recensione, è vero, ma in Pica! rivivono molti di questi personaggi, e di nuovi ce ne sono, come Lo Sciamano, Il Costruttore di Motoscafi, Il Cavaliere Senza Morte, ognuno a esorcizzare una paura, a dar voce a una speranza. In alcuni brani Van Der Sfroos non canta la magia del lago, te la fa proprio vivere, come sprigionasse direttamente dai vapori di quelle acque.