STAZIONI LUNARI PRENDE TERRA A MODICA
di Sara Sigona
Il concerto di Ginevra Di Marco al Teatro Garibaldi
Canti popolari in una festa di piazza. Così, volendo sintetizzare, si potrebbe spiegare Stazioni lunari prende terra a puerto libre, il progetto concerto che da qualche anno Ginevra Di Marco, insieme al suo gruppo, sta portando in giro per l’Italia. Domenica 2 marzo ha preso terra al Garibaldi di Modica, inserito dall’associazione “The Entertainer” nel proprio cartellone invernale.
Sul palco, un pianoforte elettrico, una batteria, degli strumenti a corda, chitarra, tzouras, e alcune stelle “in cielo”, con la finalità di ricreare un’atmosfera da festa di piazza
Perché Stazioni Lunari, progetto ideato nel 2005 da Francesco Magnelli, ex Litfiba, CSI e PGR, nonché compagno di Ginevra Di Marco, non è solo un viaggio armonico attraverso paesi, continenti, generi musicali ma anche un modo per rendere partecipi, per invitare ad una festa di note, gli spettatori. “Ci piace interagire con le persone, e ci piacerebbe suonare sempre con le luci in platea accese in modo da poter guardare in faccia le persone”, ci ha confessato Magnelli alla fine del concerto, “perché per questo tipo di spettacolo vorremo stare in mezzo al pubblico, più che averlo davanti”.
Non è un caso, infatti, che gli arrangiamenti e le rivisitazioni delle canzoni proposte sono fatti per coinvolgere le persone, proprio come se si fosse ad una sagra di paese. Dobbiamo dire che l’impresa è riuscita alla Di Marco e soci, nonostante il fatto che il pubblico ibleo non sia tra i più calorosi. L’altra sera, invece, dopo un inizio freddino, il calore e il sapore della festa, complice forse un guasto ad una tastiera che ha stravolto la scaletta prevista e che ha liberato la professionalità di Ginevra e la gigioneria di Magnelli, si è insinuato tra le poltrone. Gli spettatori sono stati rapiti dalla bella voce della cantante toscana e, alla fine del concerto, dopo i previsti e consueti bis, hanno addirittura “costretto” i quattro musicisti a dieci minuti di straordinari.
“In Stazioni lunari ho cercato di riunire canzoni che mi facessero innamorare, che mi rapissero”, dice Ginevra Di Marco alla fine del concerto. “Quando questo succede, mi lascio trasportare. Le canzoni arrivano da diverse parti del mondo anche se le canzoni toscane sono un bel po’, ma è normale perché io sono toscana e a cantare le canzoni della mia terra mi si gonfia il cuore. Però più riesco a spaziare, più riesco a trasmettere un mondo attraverso la canzone, più sono soddisfatta”.
Infatti l’altra sera si è “spaziato” dalla Francia con Les Tziganes di Leo Ferrè e la bretone Le grand coureur) al Cile con Gracias a la vida di Violeta Parra, dalla Grecia con Saranta palikaria al Messico con La Martiniana. Ma, com’era scontato, la parte del leone l’hanno fatta le nostre regioni, quelle del Sud soprattutto Amuri amuri, Le figliuole, Il canto dei sanfedisti, Malarazza e la Toscana La leggera, Il lamento della sposa, Il grillo e la formicuzza.
Alla fine dello spettacolo abbiamo fatto due chiacchiere con Ginevra Di Marco.

Sanremo è appena terminato e ci viene facile contrapporre la semplicità e la forza del tuo spettacolo alla frivolezza del festival.
In realtà la semplicità di cui parli è arrivata solo dopo tanti anni, durante i quali abbiamo fatto le persone “serie e impegnate”. Il nostro percorso non è stato certo quello della musica popolare. La nostra è una provenienza rock e underground avendo suonato e cantato con il Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI) per dieci anni. Una volta finito quel progetto però, ci siamo detti che era il momento di andare a nutrire qualcosa che era rimasto seppellito ma che faceva parte di noi. Così abbiamo creato lo spettacolo di Stazioni lunari. Ci è venuta voglia di abbattere, anche dentro di noi, qualsiasi etichetta possibile. È un viaggio che va avanti da più di tre anni e per me è stata una scoperta bellissima e inaspettata. Con questo spettacolo è come se avessi trovato una strada che ancora mi stupisce e mi affascina. E restituisce alla musica anche un valore sociale e storico.
Come possiamo definire Stazioni lunari? Uno spettacolo? Un album?
In realtà l’album è figlio dello spettacolo, che esiste solo dal vivo. In Stazioni lunari ci sono quattro stanze sul palco, e ognuna è abitata da un artista diverso e a ogni spettacolo i quattro artisti cambiano. Così, ogni evento è ogni volta diverso perché ci sono ospiti sempre diversi. E all’interno di questo spettacolo io interpreto sia canzoni che suggeriscono gli ospiti, sia canzoni scelte da me. La scelta di queste ultime non è stata casuale e per quest’occasione ho voluto aprirmi senza preclusioni. Musicalmente sono curiosa e mi piaceva mettermi alla prova, sperimentarmi con lingue e ritmiche diverse.
Com’è cambiato il tuo modo di cantare con le canzoni di Stazioni lunari rispetto a quando canti altro?
La musica popolare è una musica che ama essere “tradita”, visto che passa di bocca in bocca, di sensibilità in sensibilità, e che si ferma nell’anima di chi la vuole attraversare. Il nostro approccio a questo genere è stato molto passionale, amoroso e di rispetto. È ovvio che abbiamo lavorato secondo la nostra sensibilità musicale, che non è propria della musica popolare. Il pianoforte, per esempio, nella musica popolare non esiste. Penso che abbiamo imbastardito un po’ tutto, però sempre con un rispetto di fondo. Nel momento in cui interpreti qualcosa, stai dando il tuo piccolo contributo. Non è come essere autore ma in fondo un po’ è come se stessi riscrivendo qualcosa.
Stasera hai cantato un paio di pezzi inediti. Vuol dire che “Stazioni lunari” avrà un seguito?
Il progetto continua. Il 7 marzo saremo a Prato per una nuova “stazione” insieme a Riccardo Tesi, Cristina Donà e Teresa De Sio. È ovvio che non è uno spettacolo che si può fare spesso. Perché, mentre per noi quattro è un lavoro, soprattutto per Francesco (Magnelli, ndr) che fa gli arrangiamenti di tutte le canzoni, gli amici che di volta in volta entrano nelle “stanze” vengono a provare nei ritagli di tempo. E siccome le prove sono molto impegnative, gli spettacoli non possono essere frequenti.
Tutti gli artisti che hanno fatto parte del progetto Stazioni lunari sono stati contattati personalmente e sono venuti da noi con tanta voglia di collaborare. E questa voglia ha fatto succedere un sacco di cose belle, proprio perché non c’era nulla di imposto e il solo scopo che ci si prefiggeva era quello di passare una serata facendo della buona musica insieme.

Quanto resta dei CSI in Ginevra Di Marco, sia come artista che come persona?
Tantissimo! È il mio bagaglio, sono 10 anni di esperienza. Stanno lì e arricchiscono. Diciamo che quell’esperienza mi ha insegnato a seguire soltanto ciò che desidero. Perché i CSI sono stati un gruppo che non si è mai piegato alla volontà di nessuno, non c’è stata casa discografica che abbia deciso come ci dovevamo vestire o che cosa dovevamo dire o che pezzi mettere in un disco. Io sono cresciuta così, dando importanza a ciò che si pensa. Sono rimasta indipendente, non mi sono legata a nessuna casa discografica. All’inizio nessuna mi voleva ma quando mi hanno voluta sono stata io a dire di no. Mi è rimasto un senso di padronanza verso ciò che faccio. Voglio andare a casa contenta e soddisfatta di me. E aver trovato nella musica popolare una comunanza con la gente è stato bellissimo.
Stazioni Lunari prende terra a puerto libre
Ginevra Di Marco
Francesco Magnelli
Andrea Salvatori
Marzio Del Testa
Le foto sono di Sergio Bonuomo