IL LAVORO BAMBINO
Il gioco è il lavoro del bambino e la notte non è altro che una parentesi fra un gioco e l’altro
«Il gioco è il respiro della fatica, l'altro battito del cuore,
non nuoce alla serietà dello studio, ne è il contrappunto»
Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli
Il lavoro del bambino è il gioco. Gioco individuale, di coppia, di gruppo, a squadre, il gioco alimenta la rappresentazione del mondo, filtra l’esperienza con le cose. Ma il gioco ha bisogno di tempo e spazio per potersi manifestare. Viviamo in uno spazio allargato e in tempo ridotto al minimo. Il canale dell’esperienza diretta del mondo è spento.
Una volta si giocava per strada. La storia si scrive da piccoli. La storia si scrive per strada. Uno spazio privo di pericoli, uno spazio libero, come liberi erano il tempo e l’iniziativa.
I racconti di chi è stato bambino nel dopoguerra parlano di giochi e di strada, due elementi che riempivano i giorni dei bambini. In un paese povero del basso Jonio reggino, dove la lingua e il temperamento erano greci, gli svaghi erano rari ma i giochi dell’infanzia che nascevano dal nulla e si nutrivano con poco, erano così creativi da sembrare magici.

Bruegel - Giochi di fanciulli
Il tramonto sorprendeva i ragazzini sulla strada a catturare l’ultimo raggio utile per concludere una partita a chiappa e fuji (chiapparello), o tagghiasalami (tagliasalame). Erano veri e propri tornei di atletica leggera: giovani gambe falcavano la spiaggia, le calorie di una dieta povera si vaporizzavano in un pomeriggio. I bambini più veloci, i cosiddetti fudditti, i folletti, si avvicendavano nelle gare di tagghiasalami, una gara di resistenza in cui nuovi rincorsi si avvicendavano frapponendosi fra rincorso e rincorritore, in una sorta di guardie e ladri, dove i ladri erano coalizzati contro l’unica guardia.
Nei lunghi pomeriggi di primavera si disputavano lunghe partite o faddhu, il pallone dei bambini grecanici, un pallone artigianale fatto con gli stracci che ognuno metteva a disposizione e che il bambino più esperto appiattiva e infilava in una vecchia calza da uomo. Con perizia e pazienza si riusciva ad ottenere un pallone dal diametro discreto e la palla di pezza diventava protagonista di memorabili partite giocate sul filo del tessuto.
“La strada era la vera compagna di giochi” ricorda qualcuno. Una strada polverosa, piena di sabbia trasportata dal vento del mare, una strada che ricompensava sempre di qualcosa: fil di ferro, centesimi, bottoni, un pezzo di carta, un lapis.
La strada era il regno di cavalieri ricchi di tempo e fantasia e alla strada era dedicato un gioco, a strata, la strada, appunto. Un gioco di cui si hanno notizie certe dalla fine dell’Ottocento. Gli anziani del paese raccontano di averlo appreso dai nonni. “Era un gioco da piccoli esploratori che ci teneva impegnati per interi pomeriggi” ricorda qualcuno. I ragazzi si dividevano in due squadre. Prima di cominciare si stabiliva quale squadra dovesse nascondersi: si gettava il tocco e si cominciava. La squadra partiva alla ricerca di un buon nascondiglio. Il caposquadra tornava indietro e tracciava per terra, alla squadra avversaria, la mappa che portava al nascondiglio. Era un compito affascinante che metteva in moto capacità di memoria e abilità grafiche, ma anche lealtà. Il capitano della squadra avversaria, osservava attentamente la mappa e cercava di memorizzarne le vie, i vicoli, le svolte, le salite, gli alberi, le case. Poi partiva alla ricerca, seguito dal capitano della squadra nascosta che gridava “Agguardativi! Agguardativi!” State attenti! fino a quando il nascondiglio non veniva scoperto.
Subito dopo la guerra soldi non ve n’erano e soprattutto non ne avevano i bambini.
Tuttavia circolavano quelli che venivano chiamati i sordi farsi, i soldi falsi, due soldi, quattro soldi, mezza lira, una lira, monete alcun valore ma ricercatissimi dai bambini e utilissimi per giocare o riganeddu, gioco di pazienza e precisione che sviluppava le abilità oculo-manuali. Con un legnetto si disegnavano cinque cerchi concentrici: i concorrenti si mettevano ad una certa distanza e tiravano le monete false. Se la moneta finiva nel primo cerchi ogni concorrente pagava al vincitore due soldi, nel secondo quattro soldi e così via, fino al quinto cerchio che, essendo il più piccolo, valeva una lira.
Quando i soldi falsi scarseggiavano si giocava coi bottoni. Orde di piccoli sarti li staccavano da camicie, giacche, pantaloni. Tutto poteva servire ad alimentare gli svaghi ma c’erano bottoni e bottoni: i più ricercati erano i bottoni chiamati landisi, bottoni di latta che rendevano il tiro più preciso.
I muri non parlavano ma erano fedeli compagni di giochi. Un gioco semplice ma raro, subordinato alla disponibilità di “soldi veri” era il gioco del battimuru.
S’individuava un muro in pietra privo d’intonaco. Su questo muro ogni giocatore tirava monete di cinque e dieci lire. Vinceva chi, dopo una serie di tiri, riusciva ad avvicinarsi ad una moneta tanto da coprire la distanza della misureddha, un pezzo di legno lungo circa un palmo che serviva appunto a misurare la distanza fra una moneta e l’altra. Il premio erano le monete di tutti i giocatori.
Sfrenate le partite di ciappe, pietre di circa venti centimetri di diametro, rotonde e lisce che dovevano colpire un birillo di terracotta alto quattro cm dietro cui si nascondevano i soldi. Si stabiliva la distanza da cui tirare e si puntava al birillo: vinceva la ciappa che si avvicinava di più ai soldi.
Le feste natalizie rappresentavano l’ennesima occasione per giocare. Tempo di fuoco, attese e ritorni, raffreddori e miracoli alimentari, cibi magici e rari che rievocavano la nascita di Gesù. Con le nocciole, uno dei tredici frutti che la tradizione richiedeva a Natale, i bambini si sfidavano a partire a ciluneddu, (dal grecanico cilaò, rotolare) per cui serviva una tegola inclinata su cui si lasciavano rotolare le nocciole: chi zzuccava, toccava qualche frutto che si trovava per terra, le vinceva tutte. Mbaddhu è parola greca che indica una noce più grossa delle altre che veniva lanciata per colpire quattro nocciole, tre alla base e una in cima. Chi colpiva la piramide se ne impossessava.
Ja nto giardinu e trovai cincu cucuzzi…
Quattro non eranu chi eranu deci…
(Sono andato nel giardino e ho trovato cinque zucchine…
Non erano quattro ma dieci…)
Terminavano così i giochi dei bambini, con il cucuzzaro, gioco che insegnava a contare e conciliava il sonno dei piccoli lavoratori, la cui notte non era altro che una parentesi fra un gioco e l’altro.
Questo articolo è dedicato a mio padre, imbattibile “lavoratore” e ai miei nipoti, che ne seguono le orme