VENTIQUATTRESIMA PUNTATA

di Gianni Failla

 

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Riassunto delle puntate precedenti:

Ma come cazzo era che mi trovavo in quella situazione? Decisi di fare un breve bilancio della situazione. Ragioniere ero. I bilanci dovevo fare. Ricapitolando: perdo il lavoro, mio fratello me ne trova un altro in un campeggio. Lì incontro Vera. Colpo di fulmine. Lei parte. Il mio ex capo m'incontra per caso e invece di spaccarmi le gambe come aveva promesso mi soffia l'indirizzo di Vera e lo dà a mangiare al cane. Disperato vado a trovare mio fratello a Strasburgo. Ah! Dimenticavo il sogno, quello in cui un distributore automatico di caffé mi chiede di andare a Strasburgo per conto di Dio. A Strasburgo mio fratello non c'è, che è andato a Parigi per lavoro, ma mi lascia le chiavi di casa. Decido di restare qualche giorno in città. Faccio la conoscenza del mio vicino di casa, Pietro. Pietro è completamente fulminato. Ancora più fulminata è sua zia, la pina Pippi', che gli piomba in casa dalla Sicilia intimandogli di portarla in Lorena, dai genitori di Pietro, perché ha una notizia grave da annunciare alla famiglia. Decido di andare con loro. Lì scopro che Vera è la sorella di Pietro. La zia annuncia la morte di un loro zio siciliano, lo zio Calogero. Vera per la contentezza di ritrovarmi mi dà un pugno in faccia e si chiude nel silenzio. Passeggiando per il paese incontro un vecchio amico d'infanzia, Lorenzo, che per la contentezza mi dà un pugno in faccia. Lorenzo mi racconta di essere un pentito di mafia espatriato e vuole conoscere Vera. Li faccio incontrare ma loro si conoscevano già. Erano amici da piccoli, prima che Lorenzo partisse per l'Italia e diventasse amico mio, anzi erano quasi fratello e sorella. In effetti Lorenzo è il figlio dello zio Calogero, anche lui emigrante e dirimpettaio della famiglia di Vera, ed era cresciuto assieme a Vera, e poi su padre si è trasferito in Italia, portandolo con sé. Lacrime e abbracci e arriviamo qui, su questo scalino, trasformato in scoglio dalla nostalgia di casa. E ora?

Insomma questa è la storia. Vera e Lorenzo, quasi fratello e sorella, che si ritrovano dopo tanti anni; la famiglia di Vera felicissima di ritrovare Lorenzo, che se lo coccola come un insperato figliol prodigo e lo zio Calogero, pace all'anima sua, che ha fatto da colla per riattaccare i pezzi di questa famiglia allargata. Bellissimo. Grande. Edificante. Ma io continuavo a chiedermi che ci facevo in quella gabbia di matti toccati dalla grazia di una puntata di Beautiful per emigranti. Il mio rapporto con Vera restava ambiguo come una pizza al cioccolato e casa mia cominciava seriamente a mancarmi, cosa che mi metteva di pessimo umore, specie la mattina quando non riuscivo a trovare un buon caffè e una copia del Manifesto o di Repubblica. Passavo il resto della mattinata a peggiorare il mio umore nello sforzo di leggere in francese visto che ormai i miei libri italiani li avevo finiti da un pezzo. E oltre ai libri mi stava anche finendo il contante. La mia già magra liquidazione stava lentamente ma inesorabilmente vaporizzandosi come l'integrità morale di un neo eletto al parlamento. Il pomeriggio invece lo passavo a ruminare le mie preoccupazioni nel giardino dietro casa, in compagnia di Pietro, delle sue elaborazioni filosofiche e degli spinelli che continuava a rullare. Rinunciai però a seguirlo sui monti delle Vosges nella sua scampagnata annuale per la raccolta di funghi allucinogeni perché non mi sentivo molto dotato per le scarpinate in montagna e anche perché avevo già l'impressione di vivere in una lunga allucinazione, procurarmene pure di artificiali sarebbe stato troppo per il mio sistema nervoso.


Decisi che non poteva continuare, di prepararmi al grande passo. Sarei partito. Una breve sosta a Strasburgo a recuperare le mie cose e poi via, ritorno in Sicilia. Coda fra le gambe e corna calate avrei ripercorso lo stretto di Messina strascicando i piedi lungo il ponte del traghetto e avrei ridotto in coriandoli la foto di Vera spargendone i frammenti per il mare, mentre il sole sarebbe tramontato alle mie spalle e una chitarra malinconica avrebbe intonato le note di un pezzo di Ivan Graziani. Che tristezza!
Ma naturalmente i miei progetti sono destinati a fallire. Già, perché a un certo punto, quando sono sul punto di preparare il mio zaino e annunciare la novella alla famiglia,  incrocio Vera, che prende a saltellarmi intorno tutta giuliva.
La guardo. Torvo.

- Che succede?

- Ho una bella notizia – Mi risponde lei con un sorriso che mi è impossibile descrivere senza dilungarmi sulla magnificenza dell'universo e sui misteri della creazione.

- Sarebbe?

- Ho ottenuto il trasferimento – E insiste col sorriso.

- Di che?

- Di me.

- Ah!

- Sì, al lavoro, mi trasferiscono in un'altra città - sorride ancora.

- Ah!

- Sai dove?

- Dove che?

- Dove mi trasferiscono. - Non la smette di sorridere.

- No

- A Strasburgo. Bello no? - incrollabilmente sorride.

- Bello?

- Sìììì.

- Perché?

- Perché devo trovare un alloggio a Strasburgo – emette qualche gridolino di cui non riesco ad afferrare la ragione, continuando a sorridere. Comincio a odiarlo il suo sorriso.

- Embé?

- Beh... come non ci voglio andare chez mio fratello, che c'è le bordel. Mi chiedevo se potevi ospitarmi, nel tuo appartamento.

-

Sorrido.

Prendo la macchina di Pietro. Lui resta dai suoi per qualche tempo ancora. Dice che per lui non è ancora il giorno buono per partire. Per me e Vera invece è un giorno bellissimo. E' il giorno che andiamo ad abitare assieme, nel mio appartamento, o meglio, in quello di mio fratello. Per questo  ho preso la macchina. Faccio il pieno, vado a prenderla e partiamo.
La giornata come al solito è annuvulata e il paesaggio di palazzoni grigi della periferia, in cui si trova la pompa di benzina, non rischia certo di abbagliarmi con i suoi colori e la sua luce. Ciononostante mi sento di ottimo umore. Sprigiono onde di energia positiva da tutti i finestrini dell'auto, come un santone indiano vegetariano a dieta stretta di lattuga di Tchernobil. Arrivo al distributore Shell, la cui conchiglia mi ricorda le vacanze estive e il mio incontro con Vera. Il mio umore migliora al punto che non bestemmio cercando di capire il misterioso meccanismo che dirige la pompa automatica, né m'innervosisco nell'ascoltare la voce registrata che mi ordina di volta in volta d'inserire la mia carta di credito, scegliere la pompa,  fare una giro attorno alla pompa, inginocchiarmi a ringraziare il dio petrodollaro, selezionare il tipo di carburante, scegliere in una lista di nomi l'impiegato che vorrei far licenziare 'sto mese e riempire una dichiarazione scritta sulla mia estraneità ai gruppi terroristici e agli incendiari delle banlieue, in cui giuro di utilizzare la benzina prelevata solo per inquinare selvaggiamente e allargare il buco dell'ozono. Alla fine il simpatico automa, che stranamente mi parla con la voce di Nicolas Sarkosy, mi accorda il permesso di riempire il mio serbatoio. Eseguo soddisfatto e commosso da tanta benevolenza disinteressata.
Sto per riappendere la pistola della pompa al suo alloggiamento, quella parte conclusiva del rito in cui è buona creanza fare una riverenza e allontanarsi a testa bassa, quando vedo avvicinarsi una macchina enorme che si posiziona sull'altro lato della mia pompa. Ne scendono rapidamente due tizi in gessato nero. Due marcantoni che hanno la stessa corporatura della pompa.  Dopo aver squadrato prima me e poi la pompa cominciano a parlare fra loro e poi con la donna che è rimasta dentro la macchina. Guardando la donna capisco meglio chi mi sta davanti. Avevo pensato fossero arabi, ma l'abbigliamento della donna, il loro, il portabagagli sul tetto, nonché il tipo di macchina mi convincono che si tratta di zingari. Rom per gli italiani. Gitans per i francesi, o più poeticamente – les gens du voyage – il popolo del viaggio. In italia hanno una pessima reputazione, ed anche qui sono conosciuti per essere suscettibili ed attaccabrighe, nonché per varie attività illegali. Siccome non li ho mai conosciuti personalmente, mi dico che la cosa migliore è di non giudicarli e che intanto che non li giudico è meglio se mi allontano velocemente. Riaggancio la pompa, fatto, chiudo il serbatoio, fatto, tiro via la chiave, fatto, ci siamo quasi, non mi resta che entrare in macchina mettere le sicure e partire. Una voce mi chiama da dietro la pompa:

- Missié!

Faccio finta di non aver sentito e mi dirigo a testa bassa verso il posto di guida, mimando la ricerca di una lente a contatto. Ma il tipo dev'essere abituato a  manovre del genere tanto che circumnaviga velocemente la pompa e mi si para davanti: - Missié!

- Sìììì – rispondo alzando la testa.

- Tu è italiano? - mi chiede il marcantonio.

- Sì, perché?

- Io ho grandito in Italia. Cabrini, Rossi, Zoff, Tacconi, Tottigol...

- Sono amici tuoi?

- No, grande Italia! Squadradelcuore!

Comincia a saltellare eccitato e io comincio a preoccuparmi seriamente, soprattutto quando anche il secondo tizio si unisce al balletto in onore degli azzurri e intonano in coro la canzone della Nannini, quella dei mondiali del 90, con accento gitano.

- Notti magichiii, inserendogoool, sotto cielo estatitaliannananaaa...

A quel punto non sapevo che fare. Francamente non capita spesso di trovarsi davanti due zingari della taglia di due frigo con congelatore, in abito scuro, che ti ballano il can can cantando una canzone italiana con l'aria di voler a tutti costi che ti unisci alla festa. Mi dissi che era meglio non farli arrabbiare e cominciai a saltellare e a cantare, imitando la loro pronuncia:

- Eentellocchitoiii, voliamovincereee, unastata unavantura etuuu...

- EntellocchiSsoi, no entellocchitoi! - era uno dei due frigoriferi che si rivolgeva all'altro con tono minaccioso.

Subito cominciò un'accesa discussione sulle differenti visioni dell'opera poetica, le cui  argomentazioni dialettiche non potrò riportare in quanto venne condotta nel loro dialetto tradizionale. A mettere fine alla diatriba fu la donna della macchina, che scesa a fatica a causa dell'età, delle sue dimensioni, nonché delle vesti ampie e numerose che la fasciavano, prese a urlare come un'aquila incazzata, zittendo immediatamente quelli che dovevano essere i suoi figli. Io approfittando della situazione mormorai un – vi lascio in famiglia allora... - e mi avviai per  guadagnare la mia auto cercando di passare inosservato.


- Missié!

- Si –  mi girai scoraggiato.

- Missié, tu italiano. Tu bravo. - era uno dei ragazzoni, quello a cui avevo parlato poco prima.

- Insomma... – risposi, dicendomi che ben presto saremmo arrivati al punto.

- Missié tu hai carta di cereditu? -

- Perché? - risposi cercando di prendere tempo, mentre dentro la mia testa si accendevano allarmi di tutti i tipi, colori e dimensioni.

- Perché Missié, noi no puveri, noi teniamo soldi, anelli, cullane. Ma noi no teniamo carta di creditu. Capisci. Iu no pozzo prendere pitroliu pi machina. Issa nun vuole soldi di me, vuole sulu carta. Capisci. Mia mama stanca. Io bisogno pitroliu. Capisci. Io do soldi e tu metti pitroliu cu carta. Ok Missié?

- Ma sono io che sono povero. Ho pochi soldi nella carta... -

Cercavo di trattare ma sapevo bene che la mia risposta non poteva essere negativa. Non che mi avessero minacciato, ma una richiesta del genere fatta da due tipi di quella stazza, perdi più in doppiopetto scuro, non lasciava spazio alle alternative.

- No Missié, solo dieci euru.

Dieci euro. Anche se non me li avessero restituiti, sarebbe stato un piccolo prezzo da pagare di fronte alla prospettiva di essere picchiato selvaggiamente e magari impalato al cartello stradale per poi essere bruciato e poi c'era la storia delle mie ceneri sparse ai quattro venti. Ah no, quello era il conte Dracula.

 

Continua...

[Le puntate precedenti sono pubblicate sui numeri
3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12, 15, 16, 17, 18, 19 , 20, 21, 22, 23, 24, 27, 29, 31 ]

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