INFANZIA NEGATA

di Silvia Girasa

 

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Bambini e bambine sottratti all’istruzione, al gioco, alla salute, alla vita

Se ne parla tanto, se ne parla da tanto tempo, si adottano convenzioni, si applicano normative, ma il problema esiste, esisteva nel passato e continuerà ad esistere: il lavoro minorile. Lo sfruttamento del lavoro infantile è un problema di carattere sociale, globale, diffuso in ogni angolo della Terra anche se distribuito in maniera molto difforme. Se le aree principalmente interessate sono i paesi economicamente sottosviluppati, questo fenomeno è abbastanza diffuso anche nelle regioni ricche e con un’economia florida come gli Stati Uniti e l’Europa, in particolare Francia, Portogallo, Regno Unito, Grecia e Italia. Le cifre? Elevate, elevatissime. Impossibile quantificare il fenomeno con esattezza perché il lavoro minorile è principalmente una realtà sommersa, difficile da estrapolare dalle statistiche ufficiali dei singoli Paesi.


Quante volte ci passano davanti gli occhi immagini di bambini che ci raccontano storie di sfruttamento: cucitori di palloni da calcio in Pakistan; intrecciatori di tappeti indiani; raccoglitori di canna da zucchero in Brasile; raccoglitori di thè nelle piantagioni irrorate di pesticidi nello Zimbabwe; bambine, di età compresa tra i 9 ed i 12 anni, impiegate nelle piantagioni di cacao in Costa d’Avorio. In Africa, America Latina ed Asia, migliaia di bambini lavorano nelle miniere e nelle cave, dove la frequenza di incidenti e malattie è molto elevata. Nelle concerie dell’Egitto, del Brasile, in India e nel sud-est asiatico bambini, tra i 6 e i 14 anni, lavorano a mani e piedi nudi e a  diretto contatto con molti prodotti chimici.


Non li vede nessuno, ma sono milioni i bambini diventati “piccoli schiavi domestici”: costretti a portare i figli dei padroni a scuola, mentre è loro negato ogni accesso all’istruzione; obbligati ad intere giornate di lavoro, spesso in ambienti in cui le percosse e gli insulti sono all’ordine del giorno, per avere in cambio solo un pezzo di pane e un angolo di pavimento per dormire. Il monitoraggio di questo fenomeno è complicato perché le famiglie di destinazione affermano di averli preso in affidamento o in adozione. Nello Sri Lanka e in Kenia molte famiglie hanno in casa un servo bambino di età inferiore ai quattordici anni.

I bambini che lavorano sulla strada rappresentano la faccia più evidente dello sfruttamento minorile.
“Utilizzati” per trasportare essere umani e merci, per lustrare le scarpe dei passanti, riparare pneumatici e lavare i vetri delle auto, raccogliere rifiuti. A Manila sono numerosissimi i bambini che scalano le montagne “fumanete” (di rifiuti) per selezionare il minimo residuo utile. L’accattonaggio non è più solo un problema dei paesi poveri, si è esteso e distribuito anche nelle nostre città; i piccoli passano le loro giornate sulla strada, ai semafori, e se non riescono a guadagnare abbastanza, nella maggior parte dei casi, vengono picchiati dai loro aguzzini.


Impiegati in attività di pesca, in attività edili, nelle imprese manifatturiere, nel settore della ristorazione e del settore alberghiero fino ad arrivare alla piaga della prostituzione, della pornografia, al traffico di minori, al reclutamento nei conflitti armati, in particolare nel corso delle guerre civili ed etniche, e di altre attività illecite. Bambini e adolescenti che hanno armi e combattono, che sono utilizzati come corrieri ed esche per svolgere azioni logistiche, come trasportare munizioni, posizionare mine ed esplosivi. Tante le bambine coinvolte nei conflitti armati. Ragazzine rimaste orfane che pensano di trovare protezione negli eserciti e sfuggire alla vita di strada, ma una volta arruolate vengono ridotte in schiavitù e costrette ad abusi sessuali. Un quadro davvero sconcertante.


Lo sfruttamento dei minori trova il suo ambiente favorevole nell’economia informale e nel lavoro in nero, che nella maggioranza dei paesi, compresa l’Italia, potenza economica mondiale, rappresenta una realtà rilevante. In effetti, quasi ovunque le leggi vietano l’impiego, in attività di lavoro dipendente, degli under 14, ma la realtà è ben diversa. La povertà è sicuramente la causa principale del lavoro dei minori: nella maggior parte dei casi i bambini sono costretti a lavorare per contribuire al loro sostegno e a quello della propria famiglia. Il problema si aggrava se alle complicazioni economiche si sovrappongono le disuguaglianze strutturali, basate su casta, genere, provenienza sociale, religione e disabilità. L’assenza di accesso all’istruzione è un’altra causa rilevante del lavoro minorile; bambini e bambine lavorano perchè l’istruzione non rappresenta un’alternativa praticabile o non ha rilevanza. Il contesto è di fondamentale importanza per definire le cause e gli effetti del lavoro minorile.


Nonostante i numerosi provvedimenti e le campagne di sensibilizzazione, prevenzione  e recupero, i bambini vittime di schiavitù e privati di un’infanzia “normale” sono milioni. Trattasi di un fenomeno assai complesso, vasto, difficile da gestire, ma non può venir meno la promozione, a tutti i livelli, del rispetto dei diritti dei bambini. Qualcosa è stato fatto, qualche piccolo progresso nella lotta mondiale contro il lavoro minorile è visibile, ma tanto ancora deve essere fatto. Forse è necessario una maggiore sensibilizzazione, forse azioni più dure anche nei confronti dei paesi ricchi, i quali azionano direttamente meccanismi che permettono lo sfruttamento dei bambini.

 

 

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