IL LAVORO

di Saro Distefano

 

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«Lo stipendio ci spetta per venire a lavorare. Se poi dobbiamo anche produrre, allora chiediamo l’integrazione...»

I quotidiani locali hanno pubblicato (ma con una rilevanza molto minore rispetto a quanto la notizia meritasse), i dati comparsi sull’autorevole Sole24Ore di lunedì 3 marzo. Il quotidiano della Confindustria ha infatti pubblicato una classifica elaborata con i dati del Ministero dell’Economia relativi ai giorni di assenza dal posto di lavoro dei dipendenti degli enti pubblici, per l’anno 2006. In questa classifica appare anche il buon nome di Ragusa. Solo che appare non proprio in buona luce, anzi. Risulta infatti che i dipendenti dell’Ente Provincia regionale di Ragusa sono i quarti – in Italia – per “media dei giorni di assenza dal posto di lavoro durante l’anno”.
Ogni dipendente della Provincia, si legge nella legenda della classifica, è mancato per 27,5 giorni, con un incremento percentuale rispetto al 2005 del 41,7%.
Con questi dati, come si diceva, l’ente provincia si colloca al quarto posto in Italia e primo assoluto in Sicilia, dove appare - solo all’undicesimo posto – Palermo con una media di 24,8 giorni e poi, a seguire, Agrigento ventiduesima, Messina, Enna, Trapani, Caltanissetta, Siracusa ed infine Catania, ottantunesima nella classifica nazionale con soli 17 giorni di assenza di media ed un decremento, rispetto al 2005, di ben undici punti percentuali.
È necessario sgomberare subito il campo da eventuali dubbi sorti nella mente di chi ha finora letto solo numeri: questa classifica del Sole24Ore elaborata con i dati del Ministero dell’Economia non include, ripeto, non include: le ferie, gli scioperi e le assenze non retribuite. Si tratta quindi della assenza del dipendente generalmente per malattia.


La lettura dell’inchiesta e della classifica mi ha riportata con la mente a circa quindici anni fa e ad un episodio secondo me molto significativo, relativamente, si intende, alla classifica in parola.
A quell’epoca lavoravo in una televisione locale per lire 500 l’ora, ripeto, cinquecento lire l’ora. Un giorno il direttore dell’emittente mi mandò a fare un servizio alla Provincia regionale di Ragusa, dove era in corso una assemblea sindacale di tutti i lavoratori. Con il mio cameraman di fiducia (pagato anche lui 500 lire l’ora perché quella era una televisione democratica e la paga era uguale per tutti, tecnici e giornalisti) arrivammo alle dieci del mattino. Mi parse strano che tutti i dipendenti della Provincia (o comunque moltissimi, visto che la sala riunioni di viale del Fante era praticamente piena) potessero riunirsi durante l’orario di lavoro (mi venne spiegato in seguito che questa è invece la norma negli accordi sindacali). Ma quanto mi stranì davvero tantissimo fu la strana coincidenza che illustro: io e il mio cameraman entrammo nella sala riunioni con tutto l’armamentario del caso (all’epoca le telecamere erano scatoloni di quindici chili, non certo le digitali piccolissime di oggi) esattametne nel momento in cui prendeva la parola un rappresentante sindacale aziendale (credo fosse quello della CGIL) che esordì con queste testuali parole (che ricordo anche dopo quindici anni): “cari amici e colleghi, noi dobbiamo fare capire agli amministratori che lo stipendio ci spetta per venire a lavorare. Se poi dobbiamo anche produrre, allora chiediamo l’integrazione, sotto forma di premio produzione”.
Appariva evidente che il dipendente della Provincia investito dell’autorità sindacale era intenzionato ad esibirsi con una provocazione, una boutade. Oppure voleva solamente essere molto chiaro con i suoi compagni di lavoro e non utilizzare metafore e doppi sensi per dire ciò che pensava. O ancora: non pensava quello che disse, ma lo disse.
Fatto sta che mi preparavo al servizio, quindi un paio di interviste e le immagini di rito, entrando nella sala riunioni.
Dopo qualche minuto mi accorgo di essere solo: il mio cameraman si era dileguato. Non era nella sala e non era nel corridoio. Non era ancora epoca di telefonici e mi preoccupai non poco. Alla fine lo rintracciai sotto, in viale del Fante nel furgone scassatissimo che l’emittente ci metteva a disposizione.
“Stai male? Cosa ti succede? Perché sei andato via senza fare non dico delle interviste ma almeno delle immagini?” chiesi preoccupato all’amico, prima ancora che al collega.
“Se tu vuoi fare il servizio – fu la sua risposta – devi cercarti un altro cameraman, perché se io entro di nuovo in quella stanza, mi scuserai, ma mi verrà di pensare alle mie cinquecento lire e a quello che ha detto il signore del sindacato. E non riuscirei a rimanere calmo”.

 

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