GIORNALE DEL PROFESSORE

di Stefano Borgarelli

 

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La salubre inattualità di una dicitura

Dopo oltre vent’anni d’insegnamento, sono quasi certo che il “Professore” del “Giornale” (sul registro blu plastificato è scritto così) sono proprio io. Gli argomenti svolti (“fatti”, nella scuola si dice “fare” un argomento, e c’è anche l’ “ora buca”) occupano le righe del riquadro: “Argomenti trattati”. Non sempre con grafìa ben leggibile. Scrivo quelle note non so per chi, di preciso. Per il “D.S.” (prima dell’autonomia scolastica, il Preside)? Per un ispettore? Un avvocato, in caso di ricorso contro una bocciatura? Di preciso non so.


Scrivo gli argomenti della lezione un attimo dopo la campanella, col fragore di ragazzi che vogliono staccare due minuti (in corridoio, nei cessi, prima che arrivi il collega dell’ora seguente), e cercano di guadagnare in tempo la porta. I voti incolonnati alla fine del quadrimestre (o del trimestre, o del pentamestre, c’è anche quello, dipende dal Collegio dei docenti) niente hanno a che fare con la faccia dello studente che se li è beccati. O sudati. Con la faccia che gli ho visto nei frangenti peggiori. O migliori. Facce che rivedo come su una pellicola quando sciamano i genitori in fitta schiera, nelle tre ore del cosiddetto “Ricevimento collettivo” (pomeridiano, una tantum). Un turbinìo di facce che mi porta lontano dall’accertamento del “profitto”, da “debiti” ed esiti delle “attività di recupero” registrati nel mio “Giornale del Professore”.
Credo ancora nella lezione cosiddetta “frontale”. Il termine fa pensare a un crash tra cattedra e banchi (stabili invece nella loro disposizione, di anno in anno: come il blu dei registri). Ci siamo messi per mare nella Grande Rete (Internet) con ciurme di studenti (infotainment e black out dell’interpretazione). Abbiamo proiettato su schermo con luminose lavagne  (sul muro, nelle scuole più modestamente attrezzate) nitide “mappe concettuali”. Presentato gerarchie ordinate di concetti con “slides” di Power Point. Diapositive. “Clip art” con frecce, freccine, freccette, per collegare tra loro i concetti. E box multicolori. E link ipertestuali. Niente che faccia il peso con una lezione tradizionale. Dove ti concentri e interroghi te stesso, tu per primo, mentre parli. E ricostruisci – ritrovandoli e rinnovandoli – un concetto, un’idea. Il pensiero d’un autore. Un fatto storico. Cercando d’esplicare – di svolgere dal plico che l’avvolge, e ancora mantiene inesplicato – l’argomento. Di squadernare i significati d’un testo letterario, letto tenendone aperta la pluralità del senso. Di distinguere la narrazione d’un fatto storico dai giudizi di valore che hanno a che fare con quel fatto, e poi dichiarando le tue propensioni. Senza reticenze. Cercando in questo modo di dimostrarti non tanto obiettivo (falso mito, questo dell’obiettività), quanto intellettualmente onesto.  Mentre vedi che loro, per quella mezz’ora che possono, si mettono ad ascoltare perché ha senso riflettere sulle tue parole. Non perché devono e basta.
Ecco. Dopo qualche ora così, quando scrivo l’argomento “fatto” nel riquadro del registro blu, una punta d’orgoglio la provo, per il fatto che si chiami in modo un po’ anacronistico: “Giornale del Professore”. Quello bistrattato nella cronaca di tutti i giorni, che sottoscrive contratti avvilenti, il “prof” che deve difendersi da ragazzini viziati e genitori indulgenti, o dalle schegge vaganti un anno dopo l’altro di pseudoriforme strampalate, quello non è lo stesso Professore del mio Giornale. Dopo più di vent’anni, l’ho capito bene. 

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