QUEL FATICOSO VESSILLO!

di Carlo Blangiforti

 

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Un viaggio minimo attraverso le bandiere che glorificano il lavoro

L’Italia. L’Italia malgrado le apparenze è una “repubblica fondata sul lavoro”, lo recita la Costituzione e ne dobbiamo prendere atto. D’altronde perfino nello stemma repubblicano (lo stellone inventato da Paschetto nel ‘46) la ruota dentata indica espressamente il valore repubblicano dell’italica industriosità. È evidente che dalla nascita della repubblica in poi le cose si sono un po’ arenate, e visto che il tricolore è una bandiera pulita, senza quell’emblema; i simboli del lavoro si sono spostati (come da tradizione) sui drappi dei partiti politici (socialisti e/o comunisti). Il crollo dei partiti operai, la crisi dell’ideologia, ha per certi versi trasformato il valore lavoro in un disvalore: la nostra è una nazione in cui per via dei disoccupati, sottoccupati, iperoccupati, preoccupati, del lavoro nero e delle morti bianche, si è preferito sorvolare sul concetto simbolico del lavoro. Se il lavoro manca nella società reale, deve mancare anche sulla bandiera nazionale.


Nella storia recente alcuni stati hanno fatto scelte diverse; vuoi per motivi ideologici, vuoi per mera ruffianeria, alcune nazioni hanno messo al centro del proprio armamentario simbolico il lavoro. La bandiera rossa, simbolo di passione e lotta, nella Russia della rivoluzione d’Ottobre si caricò dei simboli tradizionali del lavoro: falce e martello. Il secondo è l’inequivocabile simbolo della classe operaia, lavoratori anneriti dal fumo delle fonderie, coperti di fuliggine e imperlati dal sano sudore generato dal dar sotto di maglio. Manco a dirlo fu Lenin che volle sovrapporre al martello la falce, unire la classe lavoratrice del settore primario a quella del secondario: “Proletarii vsech stran, soedinjajtec’!” La bandiera dell’URSS sventolò ufficialmente dal ’23 fino al ’91, anno in cui fu sciolta l’Unione. Il rosso aveva una trasparente simbologia legata al sangue, alla lotta politica e alla passione, che avrà grande successo in tutto il mondo.

Tra il 1945 e il 1947 nel territorio cinese della Mongolia orientale, ebbe vita uno stato filosovietico. La bandiera che fu adottata era parente stretta di quella dei fratelli dell’URSS: alla falce e al martello si sostituì una simbologia etnosociale, una falce da fieno e una frustra, contadini cinesi e mandriani mongoli.

In altre parti del mondo, in paesi economicamente più evoluti si utilizzeranno altri simboli del lavoro. In Germania orientale, ad esempio, oltre al lavoro dei contadini (il fascio di spighe) e a quello degli operai (il martello), si volle porre l’accento anche sul lavoro intellettivo (il compasso). Bisogna tener presente che tra tutti i paesi del patto di Varsavia era proprio la Germania dell’est a detenere il primato di paese pià avanzato a livello tecnologico.

Ovviamente la realtà del terzo mondo, specie dei paesi che si ispiravano al modello della riscossa socialista, obbligò a seguire, anche sul piano simbolico, la strada un po’ diversa. Così, ad esempio, la bandiera dell’Angola riprende, adattandolo ad una simbologia terzomondista e più attuale l’impianto grafico della bandiera sovietica. Il rosso e il nero dei sandinisti e del movimento cubano del “26 luglio”, due colori che hanno finito con il rappresentare il sacrificio (rosso) dell’Africa (nero), caricati dal machete e dalla ruota dentata tradiscono una forte contiguità politico-etimologica con la lezione comunista centroamericana e sovietica. Che vede un esempio anche nella bandiera dell’altra ex-colonia portoghese.

Il drappo della Repubblica (Popolare) del Mozambico ribadisce i miti del lavoro agricolo (la zappa), dell’ideologia internazionalista marxista (la stella a cinque punte) e dell’affrancamento culturale (il libro), ma a questi accosta lo sventurato e, spesso inevitabile, strumento del riscatto politico-sociale (il kalashnikov).
 

Dall’altra parte dell’oceano Atlantico, un piccolo stato mesoamericano, il Belize, offre un altro esempio di glorificazione vessillologica (questa volta pacifica) dell’attività lavorativa. L’ampio emblema centrale riunisce le caratteristiche principali della ricchezza della nazione: il mare (la nave nello stemma e il marinaio di colore) e le attività forestale (il boscaiolo sulla sinistra e gli attrezzi da falegname).

Negli ultimi mesi si è molto parlato del Myanmar, i tragici fatti che hanno coinvolto la Birmania rimarranno a lungo nelle nostre coscienze, ma una piccola citazione riguardo l’argomento di questo articolo è necessaria. Il 2 marzo del 1974 lo stato asiatico adottò un nuovo drappo, una bandiera rossa con nel cantone un simbolo che nel suo complesso riaffermava, attualizzandola e localizzandola, la tradizionale unione tra i simboli del lavoro dei campi (la spiga di riso) e quello delle fabbriche (la ruota dentata), racchiusi nelle quattordici stelle rappresentati l’unione federale.

Eccoci alla fine di questo viaggio minimo. Decine e decine sono le bandiere che ostentano spighe, falci, martelli, machete e ruote dentate, alcune famose altre semisconosciute. Quasi tutte ostentano una forte simbologia legata al lavoro agricolo e/o delle fabbriche. Non ne esiste invece nemmeno una, che superi questo anacronismo adattandosi alle esigenze del III millennio. A tale riguardo propongo, qualora da qui a qualche mese nasca un nuovo stato marxista-leninista, fors'anche in Oceania, una bandiera adatta alle nuove esigenze del mercato. A voi giudicarne l’efficacia.

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