UN GIORNO, UNO, DI LAVORO
Racconto
Era una giornata calda. Iniziava la primavera, ma nessuno se ne era accorto a Mirafiori. «Voglio restare a Torino, ormai tutti i miei affetti sono qua» - mi dico, e lo dico così forte che finisco con il crederci. «Su proviamoci». Con il cuore in gola salgo per le scale.

L’università era andata a puttane e dalla Sicilia reclamavano il mio rientro. «Voglio restare qua!» Urania mi sta guardando, è ferita, ne abbiamo passate e come gli altri amici non si rassegna a perdere il Blangi. «Su, cerca qualcosa, qualcosa lo trovi di certo, Blangi». Qualcosa lo trovo di certo. Basta cercare, annunci economici, avvisi in facoltà, basta cercare.
Giovane motivato, ben retribuito, nessuna conoscenza pregressa, no porta a porta. Telefono. Devo presentarmi l’indomani alle sette. In processione mi accompagnano tutti, vogliono proprio che resti dei loro. No porta a porta. Vespa non centra niente, vent’anni fa voleva dire vendere i fazzoletti e le pinze da bucato.
Una signora gentile mi spiega in due parole come funziona. «Tu ti unisci al gruppo di Vincenzo, lui porta il pulmino. Siete in sei. Vi accompagna a Mirafiori. E vi fatte tutta una zona palazzo per palazzo. Questa è il borsone con la merce. Tu sei nuovo e per la prima mezzora t’affianca Giusy, poi te la sbrighi da solo. Se sarai bravo puoi arrivare al livello di Vincenzo» - La guardo ammutolito, non sono sicuro di avere capito di che lavoro si tratti. «Digli un po’ Vincenzo, a quanto arrivavi quando eri alle vendite dirette?» - Vincenzo, ragazzetto biondastro piemontese-pugliese, si mostra tronfio ed orgoglioso - «65-70 sacchi al giorno. 6 giorni su 7». Un milione e sette al mese, alla fine degli anni ottanta era una bella cifra. Mio padre a 55 anni non arrivava nemmeno a un milione e tre. Vincenzo è il capo squadra. Lui porta il pulmino e ci semina in giro per il quartiere. Siamo in cinque: io, Giusy, due cugini quarantenni che assomigliano ai Dupont e Dupond e una biondina mingherlina. Nessuno ha voglia di parlare. Mi rivolgo alla ragazza bionda: «Io sono Blangi» - «Io mi chiamo Audrey» - Ha un forte accento francese. Strano, penso, questa si chiama come la mia attrice preferita, ma alla Hepburn non le somiglia affatto. Come se bastasse un nome per assomigliarsi. Tutti i John dovrebbero avere la stessa faccia, Renato Carosone e Renato Curcio... «Sì, vengo dalla Francia, Lyon, Lione... Sono qui con il mio fidanzato» - Mette le mani avanti la ragazza, ho appena il tempo di voltarmi e vedere la mano di uno spilungone che saluta. Il pulmino parte. «Moussa, viene dall’Alto Volta» - «Burkina Faso, preciso» - «Sei uno dei pochi a sapere il nuovo nome dell’Alto Volta» - «Mi piace la geografia, Audrey».
Io e Giusy ci ritroviamo al semaforo di un incrocio in un quartiere che non avevo mai visto. Giusy è bassa, corporatura ordinaria, faccia rossa da terra indiana, giubbotto di pelle nera e vaqueros ingrassati. Parla come la tamarra della Litizzetto, in meridionalese. «L’importante è entrare nel palazzo, la gente non si fida e non apre. Tu al citofono devi dire Pubblicità, a volte funziona». Mi vede perplesso. «Che c’è, coso?» - «Sono Blangi. È che sull’annuncio c’era scritto No porta a porta, e allora perché...» - Mastica un cicca nervosamente - «Sì, in genere lavoriamo nei parcheggi». Nel primo palazzo non funziona, nessuno apre, non c’è nessuno. Nel secondo siamo più fortunati. «Ecco una volta entrati, qualcosa la piazzi. Prendi l’ascensore e vai all’ultimo piano e poi scendi a piedi». Suoniamo alla prima porta. Niente. Alla seconda, rumore di spioncino e silenzio. «Sono tutti vecchietti terroni, scusa...» - le sorrido - «Non ti preoccupare» - «I figli sono a lavoro e loro badano ai figli, alla casa.» Alla terza una voce anziana: «Chi è?» - Giusy risponde ravvivandosi la chioma nera - «Gasdini» - lo dice in fretta e sussurrando - «Come?» - «Signora, sono Gasdini...» - la vecchia non capisce lo stesso quell’accumulo consonantico e per curiosità apre. È fatta. «Signora le servono fazzolettini di carta profumati, cerotti, filo per stendere, pinza... forse deodoranti bla bla bla...» - la vecchi risponde di no - «La prego siamo disoccupati, potremmo essere i suoi nipoti...» - la vecchia sorride e compra un pacco da 10 fazzoletti: 3000 lire ‘azz! capisco come funziona il lavoro, elemosina travestita. Un lavoro infruttuoso. Inutile come il lavoro degli ausiliari del traffico. Continuiamo il giro della strada. Dopo un’ora ne ho già abbastanza. Giusy ha venduto 7 pezzi, 21 mila lire. «Ogni tremila, mille va a me, a noi, mille è per il costo della merce (boh!) e 250 il caposquadra, Vincenzo, e 750 l’organizzazione.» Giusy la chiama organizzazione. Per un siciliano la parola ha un macabro significato. Io direi caporalato dei pezzenti. Vincenzo, incazzato, ci vede ancora insieme: «Separatevi e fate il giro da soli» Ha paura di perdere le sue misere 250 lire a pezzo, il cretino. Devo continuare il giro da solo.
Il condominio che ho davanti è enorme, una ventina di piani, stretto come un fustino di detersivo e sporco. Manco a dirlo l’ascensore è guasto, stando all’avviso scolorito lo è da una decina d’anni. Mi trascino per le scale fino all’ultimo piano, borsone a tracolla. Le scale sono lerce, le porte mezze sfondate, immondizia e scritte sconce ovunque. «Nemmeno il peggiore palazzo di Monte Po» - mi dico. Suono ad una porta. Si apre senza esitazione. I padroni di casa non hanno paura dei malintenzionati, e capisco perché: una specie di energumeno, un Mastro Lindo con baffi alla messicana e felpa grigia, mi sbraita: «Cche vuo’?» - sorrido terrorizzato - «Ha bisogno di pinze per il bucato?» - Mastro Lindo risponde bruciandomi con lo sguardo - «Nnnnoooo!!!». Scappo. Continuo il giro in altre palazzine, ora gioco allo studente povero, ora al disoccupato cronico, il gioco mi prende la mano e riesco ad impietosire donne e bambini, e parlo, parlo tanto con loro. Relitti, abbrutiti dall’emarginazione, emigrati al nord dalle radici tagliate, colti dalla corrente al centro del guado e lì congelati, per sempre... A metà mattinata ho in tasca 15mila lire, cinque pezzi venduti. Mi viene fame e compro una pizzetta al bar, 2000 lire vanno via così. Continuo e riesco a vendere: «Pubblicità», «Gasdini», «La prego non ho i soldi per l’affitto della pensione», «Sono siciliano come lei», «Studiare a Torino costa tanto, sa?». A fine giornata ho 17 pezzi in meno nel borsone, 51mila lire di ricavo, 17 di guadagno. Quando Vincenzo ripassa a prendermi, ho già deciso che non ci sarà un secondo giorno di lavoro. Non sono tagliato per certe cose, il dolore umano vale più di una confezione di fazzolettini aromatizzati alla menta, la condizione umana ha un prezzo inestimabile.
Ci ritroviamo tutti sul pulmino. «17? Per essere il primo giorno non è male» - mi incoraggia Giusy - «E sì!» - mi schermisco - «E a voi come è andata?». Io sono una schiappa: Audrey ha fatto 36 pezzi, i due Dupond/Dupont 28 a testa, 43 Giusy. Oggi Vincenzo non è molto contento ha guadagnato solo 38mila lire. Ma cerca di incoraggiarmi lo stesso: «Il primo giorno, quando vendevo, ho fatto 12 pezzi... Vedrai che domani andrà meglio!»
Mi do malato per un paio di giorni, e il venerdì vado a ritirare la busta. Una busta gialla con 17 biglietti da mille.
«Ciao, Filomena!» - le porgo un involto - «Cos’è?» - «Aprilo!» - «Accidenti è Cane Tobia! Grazie, Blangi» - sorrido, ci teneva a quel pupazzo, Filomena - «Beh, tra una settimana me ne torno in Sicilia e perciò...» - Filò sorride e m’abbraccia.
Sono contento che la compassione della gente di Mirafiori, l’abbia fatta felice. Un giorno, uno, di lavoro e 17mila lire di compassione.