CON IL SUDORE DEL TUO VOLTO
La sofferenza del pane quotidiano attraverso l’etimologia delle parole
Fatica e lavoro, binomio inscindibile. Dai primordi dell’era umana, attraverso le leggende mitologiche greche e quelle semitiche del vicino oriente, questo legame antico si è tramandato ai nostri giorni. Un rapporto evidente nell’etimologia e nella realtà dei fatti. Di lavoro si soffre e di lavoro si muore, lo ribadiscono i fatti recenti e ce lo ricorda la commemorazione dell’8 marzo, festa della donna, festa del lavoro femminile e ricordo dell’assurdo incendio nella fabbrica Triangle del 1911. Il ruolo della donna, angelo maledetto del focolare, puerpera votata al dolore e mero oggetto nelle mani del maschio, è stato fissato per secoli dal celebre passo della Genesi (3, 16-19) riportato qui anche nella versione della Vulgata:
Alla donna disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà". All'uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell'albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!".
Mulieri quoque dixit: “Multiplicabo aerumnas tuas et conceptus tuos in dolore paries filios et sub viri potestate eris et ipse dominabitur tui”. Ad Adam vero dixit: « Quia audisti vocem uxoris tuae et comedisti de ligno ex quo praeceperam tibi ne comederes maledicta terra in opere tuo in laboribus comedes eam cunctis diebus vitae tuae. Spinas et tribulos germinabit tibi et comedes herbas. Terrae in sudore vultus tui vesceris pane donec revertaris in terram de qua sumptus es quia pulvis es et in pulverem reverteris!”
Ricompare il binomio fatidico. Un passo che (questo è il punto centrale) riafferma in area semitica un principio diffusissimo anche in area indoeuropea: Il lavoro è fatica, il lavoro è dolore, il lavoro è sofferenza. Il progresso umano si è caratterizzato per il continuo tentativo di emancipare l’uomo (e la donna) da quel terribile anatema divino.

Una delle dodici fatiche di Ercole
A livello semantico è interessante notare che le famose dodici fatiche di Ercole (in greco Dodekathlos) sono state tradotte in francese con travaux, in inglese con labours, in portoghese con trabalhos ecc. tutti termini traducibili in italiano con lavori. È dunque chiaro, in un epoca in cui l’unica energia era quella muscolare (cfr. l’articolo di Ciccio Schembari), il lavoro nei campi non poteva non essere faticoso. A livello etimologico la contiguità sofferenza/lavoro è altrettanto trasparente. La parola latina labor aveva il significato di fatica, la parola inglese labour sta per lavoro faticoso e in siciliano laùru, termine deastrattizzato, è proprio il campo arato e il lavoro commesso. Il termine inglese moderno per lavoro (work) deriva da una radice indoeuropea (*worg) che aveva valore di fatica fisica. Non sorprende, dunque, che in area italiana meridionale (dal basso Lazio fin alle Calabrie) il termine per lavoro (anche quello negli uffici della Pubblica Amministrazione) è fatica (fatig, fatica ecc.), buffo se si pensa ai pregiudizi legati alla pigrizia congenita dei popoli del sud. Nelle due isole maggiori (trabadhu in Sardegna e travagghiu in Sicilia) il modello che si segue è quello della parola latina medioevale tripálĭus, un modello diffusissimo in tutta l’area romanza (trabalho, travajo, travail, trabalh ecc.). Il tripálĭus era un arnese formato da tre pali usato in origine per tener fermi i cavalli da ferrare e in seguito (dal VI sec. e.V.) come strumento di tortura. È l’etimologia che ci ricorda che il lavoro è un attività dolorosa, carica di sofferenza. E la parola travaglio giungerà anche in italiano attraverso il trabalh provenzale, con lo specifico significato di “periodo che precede il parto e caratterizzato da forti dolori detti doglie” («con dolore partorirai figli», ipse dixit) e basta ricordare che Travaglio è anche un noto giornalista che a un certo Cavaliere qualche dolore di stomaco l’ha pure garantito. A questo punto bisogna ricordare che una delle parole greche per lavoro, pónos, ha la stessa radice indoeuropea del latino pœna, e probabilmente dell’albanese punë. Riassumendo: Pane e (è) pene.

Il "lavoro" in Europa
Si sa, l’uomo ha cercato attraverso il progresso di affrancarsi dalla fatica e dalla sofferenza, questa è la grandezza dell’uomo. All’energia delle sue braccia a sostituito quella degli animali (ferrati grazie al tripálĭus), alla forza delle bestie quella delle macchine, variamente alimentata. Questa è l’epoca dell’automatizzazione, dei computer (che alleviano il lavoro mentale) e dei robot (che rendono più leggero quello fisico). Una piccola notarella è necessaria. La parola robot, fu inventata negli anni ‘20 dal drammaturgo ceco Karel Čapek. In ceco robota ha il significato di lavoro servile, e quello del lavoro è veramente un lavoro servile, penibile, ripetitivo e alienante.[1] Più che il marxismo è stata la terza rivoluzione industriale a chiedere ad Adamo di rimangiare il frutto dell’albero della conoscenza e fregarsene dell’anatema divino «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane».

Sisifo
Ora si chiude il cerchio: Adamo ed Eva (insieme) se ne sono infischiati delle radici giudaico-cristiane del vecchio continente, hanno rifiutato la sofferenza del lavoro (la meccanizzazione) e del travaglio (santa epidurale), e se Dio li ha maledetti non ci possiamo fare nulla. Per il resto raccapezzarsi è una vera fatica di Sisifo.
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Note
[1] A livello etimologico lo “slavo” rabota/robota è connesso al “germanico” Arbeit/arbejde/arbete e al “baltico” darbas/darbs a causa della metatesi ar/ra.