TESTIMONI DI STORIA
Le immagini di Margaret Bourke-White e Walker Evans


di Maria Pia Spataro

 

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Nel corso del Novecento il tema del lavoro, insieme a tutto ciò che esso comporta, è entrato prepotentemente a far parte dei soggetti scelti da artisti, fotografi e registi, portando con sé nuovi temi e problematiche.
Da quando la società si è posta il problema di diventare cosa produce, criptiche sigle e numeri in percentuale tentano di delineare lo stato di salute di un certo luogo in un determinato momento, lasciando indietro tutta una serie di realtà che delle fredde tabelle non possono certo raccontare. Proprio da questa riflessione viene la scelta di dare spazio in queste pagine a due fotografi, due nomi storici del fotogiornalismo americano: Margaret Bourke-White e Walker Evans.
È chiaro a tutti quanto il lavoro sia un fattore identificativo di una persona e più in generale di una società, e in un momento storico difficile come quello di cui ora parleremo esso ha assunto un ulteriore valore aggiunto.
Sono gli anni ’30. L’economia americana è al collasso. Tutti gli strati sociali sono stati travolti da quell’irrefrenabile reazione a catena a cui l’Ottobre del 1929 ha dato inizio e che la storia ricorda come la Grande Depressione.
Le quotazioni di molti titoli industriali gonfiate da anni di selvagge speculazioni finanziarie sono crollate all’improvviso e tutti sono sul lastrico: agricoltori, operai, banche, industrie.
È in questi anni che nasce in molti fotografi l’esigenza di allontanarsi da quello che viene definito pittorialismo (non sono lontani gli anni della ricerca modernista e le linee seducenti dell’Art Decò) per avvicinarsi alla fotografia documentaria e sociale, testimone della condizione di vita dei ceti più poveri.
Cambiano temi e soggetti. La nuova estetica diventa il contrario di se stessa; nasce una nuova visione delle cose, lucida, austera, essenziale. Anche il più piccolo elemento viene raccontato; tutto viene portato alla luce senza alcuna subordinazione, non ci sono regole estetiche che devono dire “cosa” e “come”.
Affinché la realtà parli di sé attraverso se stessa senza alcuna interpretazione esterna; queste le motivazioni che accompagnano la ricerca stilistica dei due fotografi.


Margaret Bourke-White - Depression (1937)


Margaret Bourke-White - Flag-making (1940)


Margaret Bourke-White intuisce ben presto che il suo destino è fortemente legato al mondo del lavoro. Da quando, infatti, all’età di 8 anni il padre la porta a visitare un’acciaieria, la sua vita viene fortemente condizionata dalle immagini legate alla macchina e al mondo della classe operaia. "A quell’età la fonderia rappresentava per me il principio e la fine di ogni bellezza, era tutto così intenso e vivo che finì per condizionare l’intero corso della mia carriera".
La sfida della Bourke-White non è indirizzata solo al confronto con la fotografia ma anche con i temi trattati, sicuramente poco usuali in quegli anni per una donna.
Questa carriera straordinaria la porterà per 50 anni a percorrere gli Stati Uniti catturando immagini di povertà ed emarginazione, ma anche le grandi industrie in espansione, l’Europa del dopoguerra e le miniere del SudAfrica, testimoniando, da un lato l’evoluzione dei tempi e l’avanzare del progresso, e dall’altro restituendo visibilità a tutte quelle situazioni di disagio che per molti erano sconosciute.


Walker Evans - Venditori sul ciglio della strada (1936)

 


Walker Evans - Lustrascarpe (1939)


Walker Evans inizia invece la sua carriera all’interno della Farm Security Administration, un’istituzione governativa voluta da Roosevelt per documentare la situazione economica e sociale degli Stati Uniti dopo la crisi.
Certo il ruolo e le imposizioni del governo gli stavano un po’ strette, ma saranno queste le condizioni che gli apriranno le porte alla sua grande carriera di fotografo.
La fotografia diventa così strumento d’informazione e di denuncia nell’America della produttività e dei consumi; attraverso le sue immagini vengono portate alla luce le contraddizioni del proprio sistema economico e sociale. Questo lo farà con assoluta schiettezza, senza nessuna forzatura. Non bisogna, però, cadere nell’errore di pensare a questi lavori come semplici reportage, e a quelli che credono che il confine tra documento e opera d’arte é troppo fragile, Evans risponde coniando il termine col quale identifica le sue immagini, “documento lirico”.
Parlare di immagini nella nostra cultura significa fare riferimento a qualcosa che sta al posto di un originale che nell’immagine viene appunto ricordato. E le immagini che si palesano attraverso il suo obiettivo sono esattamente quello che vediamo, senza alcuna contraffazione, ma non per questo banali. Egli sceglie cosa ritrarre secondo una logica di trascendenza, perché le immagini evochino una sorta di universalità della condizione umana.

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