COME BARCHETTE DENTRO UN TRAM

di Stefano Moretti

 

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Alfredo Cohen, trent'anni dopo...

Il rapporto tra la canzone italiana e l’omosessualità è stato molto complicato. La nostra è una società che per tanto tempo ha badato soprattutto a non parlarne e a non mostrarla e se l’omosessualità era qualcosa da vivere di nascosto figurarsi se si poteva cantarla. Naturalmente ogni tanto qualcuno ci provava a dire-senza-dire, giocando con versi ambigui in cui si faceva accenno a tematiche inerenti l’omosessualità senza esplicitare più di tanto (penso a Pierre dei Pooh, a Luca della Carrà o a De Andrè col suo Andrea). Altri capirono che una migliore chiave espressiva poteva essere quella ironica, riuscendo così magari ad essere un po’ più espliciti ma rimanendo pur sempre nascosti dietro il paravento dell’umorismo (e penso a Fabio Concato con il suo A Dean Martin o a Silvano di Jannacci). Poi c’è stato chi ha abbinato a testi che dicono e non dicono una immagine personale esagerata e molto esplicita (Ivan Cattaneo, Renato Zero) sempre però giocando molto sull’ambiguità.

 

Prima di molti degli autori sopraccitati c’è stato però qualcuno che ha realizzato una serie di canzoni dove si riusciva a raccontare, senza inutili giri di parole, amori tra ragazzi dello stesso sesso e, più in generale, squarci di una vita “altra” che, fino a quel momento, non sembrava degna del mondo della canzone.

Alfredo Cohen nasce attore e la sua vita artistica è stata soprattutto il teatro. Nel 1976 (caspita, sono passati oltre 30 anni… e questo disco suona sempre attualissimo e, ahinoi, sempre alieno) inaugura una brevissima carriera di cantautore con un disco, Come barchette dentro un tram, di spessore assoluto. Scrive testi e musiche e li interpreta con il suo vocione baritonale. Il registro scelto è quello della sincerità e dell’empatia. Nelle 9 canzoni presenti nell’LP ci racconta, con la semplicità dell’immediatezza, brandelli di vita quotidiana, piccoli ricordi di gioventù, figure da lui incontrate o intraviste.
Nessuna esaltazione. Nessun trionfalismo. Nessun orgoglio gay sbandierato ai quattro venti. Semmai compassione e amore verso figure inevitabilmente emarginate che vivono negli interstizi della società.


Il disco si apre programmaticamente con I vecchi omosessuali, versi espliciti e diretti per descrivere senza ipocrisia una vita diversa gravitante intorno a semplici giardini (con il poco e il tanto che li ha attraversati nell’arco di una intera vita). A seguire l’altrettanto esplicita Tremilalire dove si racconta l’universo delle “marchette” con sfrontata spregiudicatezza. Ancora momenti di vita vista o vissuta emergono nella spensierata Signor tenente, che rimembra i giorni del servizio militare, visti in un’ottica decisamente diversa da quella tradizionale, e nella solenne La mia virilità dove si ripercorrono in prima persona, e con una sincerità che sconfina nel cinismo, anni di relazioni più o meno soddisfacenti.
Non mancano momenti in cui la poesia cerca di raccontare stati d’animo (l’apertura ottimista di Come barchette dentro un tram o il desiderio d’amore di Dolce ragazzo vai componi prati) e altri in cui si pone l’accento sulle ipocrisie della società italiana e la sua classica doppia morale (l’invettiva dolce de Il signor pudore, l’amara ironia di Edipuccio e li briganti psicanalisti) o in cui si ostenta un fiero anticonformismo (la compiaciuta e senza peli sulla lingua Non ho ricchezze non ho paesi non ho tesori non ho città).

Insomma: con naturalezza e assoluta nonchalance si dà voce (e soprattutto dignità e umanità) a tutto un universo di vite cancellate, reiette, taciute. Fino a quel momento non meritevoli di apparire all’interno del mondo dipinto dalla canzone italiana.

A fianco di Cohen, per quello che riguarda gli aspetti musicali, troviamo un giovane Franco Battiato all’epoca interessato molto più alla sperimentazione e alle avanguardie musicali che al mondo della canzonetta. Il risultato della collaborazione sarà un mix unico (e mai più riascoltato) in cui ai testi alieni ma fortissimi di Cohen si sommavano arrangiamenti altrettanto azzardati e impossibili che piegavano alla canzone pop stilemi della musica contemporanea (ascoltare lo stupefacente pre-Mertens de Il signor pudore, il Reich umanizzato di Tremilalire, le fasce armoniche di Dolce ragazzo vai componi prati) utilizzando un ensemble assai improbabile per una canzone (violino, viola, tromba, piano, oboe, batteria, violoncello, contrabbasso, chitarra, xilofono, clarino, più l'armonium affidato direttamente alle sue mani) e ai cori quel Juri Camisasca che, forse, può essere considerato l’unico ad aver preceduto Cohen su queste strade con la struggente e drammatica John, racconto sul tragico destino di un travestito, contenuto nel suo primo album pubblicato nel 1974.

Questo è un disco che comunque lo si guardi stupisce, commuove, convince. Peccato che l’ottima ristampa in digitale fatta ormai una decina di anni fa dalla piccola MP records abbia avuto una distribuzione al limite dell’invisibile (e a renderla preziosa vi erano contenuti anche i 2 brani di un 45 giri del 1979, con Battiato non solo arrangiatore ma anche co-autore, che sarà l’atto conclusivo della carriera del Cohen chansonnier).

Christian Zingales sulla rivista Blow Up, in un ottimo articolo a lui dedicato, lo definisce un “outsider autentico” e aggiunge correttamente: “Erano tempi di trincea: all’impellenza dei contenuti rispondeva sempre la voglia di sondare e fondare nuovi linguaggi”.
E il fatto che questo disco non abbia praticamente avuto epigoni ce lo rende oltre modo caro.

 

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