I MIGLIORI DELLA CLASSE
Quanti alunni la scuola perde per strada!
Peppe
È un ragazzone alto e magro, è spiritoso, ha la battuta facile (a volte troppo facile). Quello in cui eccede sono gli scatti di rabbia quando viene rimproverato, non riesce a tenersi il rimprovero e spesso reagisce in malo modo: cosa che gli è costato già una volta la ripetizione del secondo anno superiore. Però è simpatico, ha sempre il sorriso in bocca, e un fatto, una storia, da raccontare facendo morire i compagni dal ridere. Le sue frequentazioni amicali devono essere scarse e per lo più dedite al compimento di marachelle, bravate in giro per la città. “Eravamo in tre nel motorino.” “Andavo quasi a cento all’ora.” “Gli ho dato un pugno che l'ho steso per terra.” Nonostante faccia il buffone con tutti, deve sentirsi solo. Con le ragazze fa il gradasso, ma poi è un agnellino.
Gianni
È il compare di Peppe, stanno sempre assieme: assieme fuori dalla scuola, assieme in classe, assieme nel prendere le note, assieme nel ripetere gli anni. Gianni punzecchia sempre il suo amico, lo prende in giro, ma tra i due è lui il più fragile. Sembra uscito da un film di Sergio Leone, C’era una volta l’America, quando all’inizio era protagonista quella gang di ragazzini, ansiosi di emergere, alla ricerca di avventure facili. Berretto in testa, gambe veloci: cominciavano la loro carriera di aspiranti mafiosi.
“Gianni perché non prendi appunti come gli altri?” “Prufissuri ca’ fari mi siddia. Puoi mi copiu - ti liquidava così se cercavi di spronarlo. Aveva sempre un’aria svogliata, faceva spallucce ad ogni cosa, come se avesse sempre altro da fare e la sapesse più lunga degli altri. Era comunque solo un comportamento, un atteggiamento esteriore, in realtà era un bravo ragazzo. Una volta gli dissi: “Gianni, non so perché ma ho la sensazione che tu abbia paura d’impegnarti, come se ti vergognassi?”. “Prufissuri ma che babbia, io vergognare? Ma picchì m’avissa vergognari?”
Credo di aver colpito nel segno, perché qualcuna delle lezioni successive Gianni s’impegnò. L’avevo ferito nell’orgoglio. Dopo un po’ però la condotta ritornò quella di sempre, gli riusciva troppo difficile andare contro il personaggio che s’era costruito. “La scuola? Cosa pe’ fissa. Che… m’impegno io? Ma scherziamo, ‘ste cose li lascio e fimmini e ai damerini.”

Roberto
Per arrivare alla terza classe aveva impiegato 4 anni, in pratica aveva ripetuto sia il primo che il secondo anno. Era andato anche a lavorare, ritornando presto sui suoi passi, perchè il lavoro era duro e poi veniva letteralmente sfruttato. Era il boss, il capo della classe: lo sarebbe stato, anche se non fosse stato di due anni più grande; era abituato a farsi rispettare ed alle spalle aveva anche qualche precedente delinquenziale. Non si mischiava molto con i compagni, se ne stava spesso in disparte, affaccendato nelle sue cose: era un appassionato di fantacalcio e le spiegazioni di matematica o di italiano sembravano aiutarlo nella concentrazione; diceva di aver vinto un sacco di soldi a quel gioco.
Ogni tanto, giusto per ricordare chi comandasse, se ne veniva con una delle uscite che gli avevano fatto ripetere gli anni precedenti, come quando aveva preso il diario di un suo compagno e glielo aveva letteralmente strappato in due e sbattuto in faccia. Quest’anno sembra essersi convinto comunque a fare qualcosa di più, tant’è che io lo porto ad esempio: un po’ per spronare gli altri, un po’ per entrare in contatto con lui e rafforzare il ravvedimento, che pare sincero. In un compito di matematica gli do un suggerimento, scorgendo un errore di calcolo, dopo due secondi mi chiama lui. Mentre gli do un’imboccata per la soluzione del problema, vedo che gli tremano le mani: non era abituato a chiedere, forse non l’aveva mai fatto!

Mariuzzu
Mariuzzu, non Mario. Mariuzzu è un tipo bassino, mingherlino, ma forte atleticamente, e bravo a pallone. Non lo batte nessuno. Se fosse stato bravo nello studio come a giocare a calcio, non gli sarebbe stato precluso nessun risultato (quante volte glielo detto). È fragile emotivamente, ha molto bisogno d’affetto. Si appiccica una volta a questa, una volta a quella ragazza, per essere regolarmente rifiutato.
Un anno fa la sua fidanzata lo ha lasciato ed ancora non si è ripreso, chissà quali vuoti riempiva quel rapporto. Riesce a fare qualcosa con gli insegnanti che hanno verso di lui un atteggiamento materno, che lo fanno oggetto di qualche attenzione: “Professoressa guardi l’ho fatto” - come se davanti avesse un compitino da elementare e volesse il bravo o il dieci e lode da portare a casa. Fa uso di hashish – è giunta qualche voce – d’altra parte ce se ne può accorgere facilmente, alcune mattine ha proprio gli occhi allucinati ed è completamente assente.
Debora
Debora è un maschiaccio, ha i modi di fare, gli atteggiamenti, di un ragazzo. Però è bionda, carina, un po’ soprappeso forse. Non è difficile vederla giocare a pallone durante l’ora di educazione fisica, o tenere testa al più spavaldo dei compagni nei momenti di svago. Non è gay, però, come lei stessa ha fatto notare ad un’insegnante che, con discutibile tatto, ha apostrofato i suoi modi poco femminili. “Professoré, a mia comunque mi piaciunu i masculi, come a tutti l’atri fimmini, nu’ schirzamu.”
Proprio per i suoi modi un po’ rudi, tutti pensavamo fosse un po’ superficiale, poco sensibile. Ci siamo ricreduti quando leggiamo un suo tema. “Paola non capisco perché non puoi divertirti come facciamo io, Andrea e Letizia. Perché hai bisogno di bere, per lasciarti andare, ridere? Non ti bastano le ca***** che diciamo quando c’incontriamo, gli scherzi, gli sfottò. […] Quando ti ubriachi non ricordi neanche quello che hai fatto! Spero che lasci questa abitudine e ti basti la nostra compagnia per stare bene.”
Debora non riusciva a studiare, davanti ad un libro si bloccava. Non si voleva abbastanza bene. Il suo intento dichiarato era quello di continuare a non far niente, finché i genitori non ne avrebbero potuto più e l’avrebbero ritirata dalla scuola.

Epiloghi
Peppe: ritirato;
Gianni: ritirato (andavano in coppia);
Roberto: bocciato (il suo impegno non è stato sufficiente)
Mariuzzu: bocciato;
Debora: ritirata.
Questi sono gli angeli, che ho visto perdersi nei miei pochi anni di insegnamento, 6. Li chiamo angeli, non per fare del sensazionalismo a buon mercato, ma perché i loro limiti, le loro mancanze, a livello affettivo, relazionale, sono talmente evidenti da risultare disarmanti, almeno per chi ha un minimo di conoscenza dei problemi adolescenziali. Eppure la scuola li ha puniti, li ha lasciati andar via. Il loro rifiuto dello studio è un modo per gridare il disagio, per denunciare la cattiva relazione con sé stessi e la mancanza di autostima. Chissà qual è stato il loro rapporto con i genitori: non certo idilliaco. In questi casi non servono le ramanzine, i rimproveri, le minacce di brutti voti. Serve ben altro: capacità di ascolto, accettazione, immedesimazione. Quando la scuola saprà cogliere anche questi bisogni, saprà dare una risposta ai Peppe, ai Gianni, alle Debore, allora svolgerà a pieno la sua funzione; ci vorranno cambiamenti strutturali - una figura di psicologo più presente, una maggiore preparazione degli insegnanti stessi - ma solo allora l’istituzione scolastica potrà dirsi educativa nel vero senso della parola. Forse manca ancora molto tempo prima di quel momento, ma alla fine sono sicuro che arriverà.