LA SCUOLA SIAMO NOI

di Daniele Colombo

 

 

Tracce e appunti per un’ipotesi di modello scolastico innovativo che abbia come protagonisti assoluti gli alunni e i loro bisogni di crescita e formazione.

Qualche tempo fa lessi su un settimanale nazionale, del quale non ricordo il nome, una graduatoria mondiale sul grado di preparazione degli alunni che prendono la cosiddetta maturità nei diversi paesi del mondo. Gli scolari italiani risultavano essere al 40° (quarantesimo!) posto. E per il secondo anno consecutivo al primo posto vi erano gli alunni finlandesi. In un’intervista, il Ministro Finlandese della Pubblica Istruzione dichiarò a suo avviso le origini di tale risultato stavano semplicemente nel fatto che in Finlandia il governo, la società e le industrie puntano tutto sulla formazione dei giovani e dei bambini e mettono al primo posto la formazione scolastica e la cultura. Il governo finlandese infatti stanzia ben l’11% del bilancio annuale per l’istruzione scolastica, considerandolo un investimento per il futuro del paese.

La scuola dovrebbe essere il naturale proseguimento della famiglia nel processo di formazione della personalità di un bambino, di un ragazzo. Nel processo educativo e formativo la famiglia non può assolvere tutti i compiti e le funzioni. I processi di socializzazione, l’acquisizione delle conoscenze di base raggiunte a tutt’oggi dall’umanità e, soprattutto, la conoscenza e lo sviluppo delle proprie (d’ogni bambino/ragazzo) capacità professionali, intellettive, emozionali, relazionali, artistiche e quindi la costruzione del futuro dei ragazzi sono tutte competenze e funzioni della scuola. Ciò presuppone che al centro della scuola vi siano gli studenti e che dirigenti scolastici, insegnanti e tutto il personale scolastico in genere si pongano con umiltà al servizio degli studenti e delle loro famiglie. Inoltre significa anche una profonda conoscenza dei singoli alunni, delle loro storie, delle loro famiglie, una conoscenza teorica e pratica rispetto ai loro bisogni evolutivi e quindi personale altamente qualificato (insegnanti, dirigenti, e operatori scolastici in genere) in grado di leggerli e rilevarli.

Il personale docente dovrebbe essere formato all’analisi dello sviluppo dei bambini, al rilevamento dei bisogni evolutivi di crescita, al riconoscimento e al conseguente sviluppo delle capacità e delle potenzialità di ogni singolo alunno, alla lettura della relazione educativa. Il personale docente proprio perché deve formare delle nuove personalità, dovrebbe aver fatto un lungo percorso, almeno tre anni, di lavoro personale su di sé al fine di rimuovere gli ostacoli personali che potrebbero interferire e danneggiare la relazione educativa. I professori dovrebbero altresì essere formati al lavoro in equipe, alla risoluzione dei conflitti, alla cooperazione e alla solidarietà. I prerequisiti di tutto ciò dovrebbero essere un atteggiamento di grande umiltà, la disponibilità a mettersi continuamente in discussione, a cambiare, ad ammettere i propri errori.

I bambini e i ragazzi crescono ed imparano nella misura in cui gli adulti cambiano sé stesi in funzione dei ragazzi. Ogni insegnante dovrebbe continuamente cercare e ricercare i significati delle parole, dei comportamenti, degli atteggiamenti dei suoi alunni, invece di etichettare, rimproverare, punire e dogmatizzare. Ogni insegnante dinnanzi ad un comportamento “strano” di un suo allievo dovrebbe sempre porsi alcune domande fondamentali per tutti gli educatori: “Che cosa sta cercando di dirmi questo studente? Che cosa di lui/lei io insegnante non sto vedendo? In che cosa io insegnante sto sbagliando con lui/lei? Che cosa di me insegnante rende difficile a questo alunno/a l’avvicinarsi a me in modo semplice e spontaneo? In che modo io insegnante blocco la relazione tra il mio allievo/a e me?”

Chi usufruisce dell'educazione scolastica per poter formare il suo sé ha bisogno di apprendere ad apprendere. Cioè ha bisogno nelle sue diverse età di crescita di imparare come si fa ad apprendere dalla vita. Riempire di nozioni uno studente significa bloccare i meccanismi di apprendimento e costringerlo ad annullare la sua personalità, o meglio a non sviluppare la sua personalità, il suo sé. Per apprendere ad apprendere lo scolaro necessità essenzialmente di due cose: una relazione sana da parte dell’adulto/educatore che si prende cura di lui e la possibilità di fare una serie di esperienze all’interno di tale relazione che gli permettano di sviluppare determinate funzioni e parti del proprio sé. Ma una relazione sana significa la capacità da parte dell’insegnante di riconoscere le competenze evolutive dell’alunno, il suo tempo cronologico e il suo tempo vissuto, il tempo e le fasi della relazione educativa, nonché la capacità di sintonizzarsi sulle sue competenze relazionali e sul suo tempo vissuto al fine di sincronizzare il proprio tempo relazionale (dell’insegnante) su quello dell’alunno. In tal modo lo studente può imparare a modificare le proprie modalità disfunzionali di relazione, acquisendone di nuove e più funzionali per lui attraverso per l’appunto la relazione con l’insegnante. Dentro questa cornice l’alunno ha la necessità, a secondo della sua età cronologica e del suo tempo vissuto, di fare determinate esperienze che gli permettono di sviluppare parti del proprio sé e quindi gli permettono di apprendere. In questa prospettiva l’apprendimento delle conoscenze scolastiche diventa un processo semplice, automatico, divertente e giocoso per gli allievi in quanto essi saranno profondamente motivati a conoscere e sapere cose nuove. E la didattica diventa lo strumento affinché gli insegnanti possano far fare agli studenti le esperienze necessarie a sviluppare il proprio sé.

Un’impostazione educativa e scolastica relazionale ed esperenziale presuppone un rapporto profondo e continuo tra insegnanti e genitori. I genitori diventano, insieme ai loro figli, co-protagonisti del processo educativo scolastico nel doppio senso che attraverso uno scambio continuo con gli insegnanti ed una partecipazione attiva alla vita scolastica da una parte forniscono utili elementi agli insegnanti per conoscere gli alunni, diventando così insieme agli insegnanti co-protagonisti del processo educativo dei ragazzi, e dall’altra parte diventano usufruitori del processo educativo messo in atto dagli insegnanti, avendo la possibilità nel confronto/relazione costante con loro, di modificare atteggiamenti e comportamenti disfunzionali propri.

La funzione del dirigente scolastico diventa quindi quella di supervisore della relazione insegnate/studente, della relazione insegnante/insegnante nonché della relazione insegnanti/genitori, oltre che chiaramente quella di “regista” della vita scolastica, della sua organizzazione e gestione. Oltre alle competenze già elencate per gli insegnanti, il dirigente scolastico dovrà anche avere competenze specifiche sulle dinamiche di gruppo e sulla supervisione sia della relazione che dei contenuti specifici.

Il personale di segreteria e il personale ausiliario, oltre alle loro funzioni specifiche, formati anch’essi alla relazione educativa, all’osservazione e all’ascolto, fungono da supporto agli insegnanti nella loro attività educativa con gli alunni e con le loro famiglie e agli alunni nel loro processo di crescita.

Per finire, ogni istituto scolastico dovrebbe avere un supervisore esterno (psicoterapeuta specializzato in processi evolutivi, educativi e di gruppo) con il compito di supervisionare periodicamente il lavoro e le relazioni che intercorrono fra tutto il personale scolastico, dirigente compreso.

Così la scuola diventa laboratorio di formazione, crescita e rieducazione non solo per gli studenti ma anche per le loro famiglie, per gli insegnanti, per i dirigenti scolastici e per tutto il personale scolastico, in un rapporto circolare in cui ogni elemento del “campo” influenza e condiziona gli altri elementi presenti nel campo, determinando cambiamenti positivi in essi, avendo sempre e comunque come punto di partenza e come obiettivo finale la crescita a 360 gradi degli alunni.